PAC e agricoltura metropolitana: nuove opportunità per rafforzare i servizi ecosistemici

L’agricoltura (professionale e familiare) praticata in aree metropolitane (urbane e periurbane) ha suscitato, soprattutto nell’ultimo decennio, un crescente interesse non solo a livello istituzionale, ma anche da parte degli stessi agricoltori e cittadini. Spinta da nuovi stili di vita e di consumo, l’agricoltura praticata in città è molto diversa da quella “marginale” del dopoguerra o da quella per l’autosostentamento e l’integrazione al reddito degli anni ’70-80. Oggi l’agricoltura metropolitana è un fenomeno molto più complesso che coinvolge attori, luoghi ed economie agricole eterogenee, che concorrono a soddisfare le nuove esigenze ambientali, economiche e sociali del mercato urbano. È indubbio inoltre il contributo che l’agricoltura può garantire al genere umano in termini di fornitura di servizi ecosistemici (ambientali, culturali, approvvigionamento di cibo, ecc.), così come l’importanza che tale attività riveste nella gestione del paesaggio e nel presidio del territorio.
Nel contempo, la scarsa efficacia della Politica Agricola Comune (PAC) e, in particolare, dei Programmi di Sviluppo Rurale (PSR) nelle zone urbane e periurbane, rimarcata anche dalle più recenti esperienze di ricerca[2], ha fortemente compromesso il mantenimento e lo sviluppo dell’agricoltura in tali aree. Il sostegno delle zone rurali, la mancanza di criteri e priorità territoriali coerenti con le finalità paesaggistiche e territoriali regionali, così come la scarsa integrazione con le altre politiche settoriali, hanno dunque contribuito al rafforzamento di una distribuzione de-territorializzata del sostegno, anche in Piemonte. Gestire lo spazio agricolo metropolitano, così come favorire e sostenere l’agricoltura nelle aree urbane e periurbane, risulta dunque ormai una questione impellente. La PAC, e soprattutto i PSR, come importanti leve economiche, sono strumenti a disposizione del decisore per concretizzare strategie coordinate e rispondere alle nuove sfide globali. In tale direzione è orientata anche una delle più recenti proposte[3] per l’area metropolitana di Torino (AMT) che ha lo scopo di coniugare strumenti di supporto alle decisioni territoriali, vale a dire un set di indicatori map-based, con un pacchetto di misure site-specific per le aree metropolitane, al fine di attuare strategie già individuate dai piani di natura urbanistica mediante risorse provenienti dai fondi SIE. Si tratta di uno strumento meta-progettuale che ha lo scopo di valutare i servizi ecosistemici nell’interfaccia urbano-rurale e definire le categorie d’intervento, così come stabilire priorità territoriali e aree eleggibili per l’applicazione di misure agro-urbane. È dunque su tali aree che dovrebbe concretizzarsi maggiormente l’intervento pubblico del PSR sostenendo, da un lato, l’agricoltura professionale (conversione in agricoltura biologica, creazione di punti vendita diretta, interventi di forestazione urbana, indennità compensativa per le fattorie ambientali, ecc.) e, dall’altro, quella familiare e/o sociale (sostegno per la riconversione agricola di aree dismesse tramite colture fuori suolo, realizzazione di orti familiari, fattorie terapeutiche e didattiche, formazione e istituzionalizzazione di parchi agricoli, ecc.).

Scheda a cura di Gottero E., Ricercatore presso IRES Piemonte e Collaboratore didattico in Pianificazione territoriale e paesaggistica presso Dipartimento Interateneo di Scienze, Progetto e Politiche del Territorio (DIST) – Politecnico di Torino.

[2] Gottero E. (2016), Agricoltura Metropolitana. Politiche, pratiche e opportunità per l’innovazione territoriale nel torinese, IRES Piemonte, Torino; Lohrberg F., Licka  L., Scazzosi L., Timpe A. (2016), (eds.) Urban Agriculture Europe, Berlin,  Jovis Verlag.

[3] Si tratta di una ricerca condotta da Enrico Gottero nell’ambito del progetto “Urban agriculture innovating Torino metropolitan area. Tools for governance and planning of a complex system”, borsa di ricerca applicata Lagrange 2015, finanziata dalla Fondazione CRT, Fondazione ISI e IRES Piemonte, con la supervisione scientifica del dott. Stefano Aimone (IRES) e della prof.ssa Claudia Cassatella (Politecnico di Torino – DIST).

LE PRIORITÀ TERRITORIALI NELL’AMT NELL’OTTICA DI UNO SCENARIO DI SVILUPPO AGRO-URBANO, DEFINITE ATTRAVERSO IL SISTEMA DI VALUTAZIONE DEI SERVIZI ECOSISTEMICI ESSENZIALI PRESENTI NELL’INTERFACCIA URBANO-RURALE.

La filiera dei cereali tra mercati globali e progetti locali

I cereali rappresentano probabilmente la principale commodity agricola, sottoposta alle leggi della finanza e del mercato globale più che a quelle dei cicli produttivi e dei territori. Al tempo stesso essi sono però uno degli elementi basilari delle diete alimentari e i loro processi di produzione, trasformazione e consumo connotano culturalmente ed economicamente popolazioni e territori in tutto il mondo.
La produzione di cereali è alla base di altre fondamentali filiere del sistema agroindustriale globalizzato: quella zootecnica e quella energetica, che su scala mondiale sottraggono superfici e risorse idriche sempre maggiori alle produzioni destinate al consumo diretto, con importanti impatti in termini di sostenibilità ambientale e sociale dell’agricoltura.
Nel territorio della Città Metropolitana di Torino le filiere cerealicole presenti in maniera significativa sono due.
La prima è quella del mais, il cereale maggiormente coltivato a livello mondiale, di cui il Piemonte è la terza regione produttrice in Italia (dopo Veneto e Lombardia) e le cui coltivazioni nell’ex provincia di Torino si estendono per oltre 77.000 ha (dati Anagrafe Agricola 2016), distribuiti in prevalenza nella fascia pianeggiante a sud e a nord del capoluogo. I primi tre comuni per superficie coltivata a mais sono Carmagnola, Poirino e Carignano, con oltre 2000 ha ciascuno.
La pianura tra Carmagnola e Chieri, insieme al Chivassese sono le zone in cui si concentra anche la produzione della seconda filiera cerealicola fortemente presente nella Città Metropolitana, ovvero quella del grano tenero, seppure con volumi e superfici decisamente minori rispetto al mais. Con circa 20.000 ha, l’ex provincia di Torino si colloca tra le prime 10 in Italia per la produzione di questo cereale.
Per quanto riguarda il numero di aziende coinvolte, l’intero settore cerealicolo impiega più di 13.500 aziende agricole, con le maggiori concentrazioni, anche in questo caso, negli importanti comuni agricoli completamente o parzialmente pianeggianti di Carmagnola, Cavour, Chieri, Poirino e Carignano.
Nonostante il territorio piemontese sia noto a livello nazionale per la produzione risicola, all’interno dei confini della Città metropolitana sono solo due i comuni nei quali il riso viene prodotto in quantità significative: San Benigno Canavese (con circa 35 ha di risaia) e San Raffaele Cimena (circa 75 ha).
Per concludere è utile menzionare come, nonostante la forte relazione della produzione cerealicola con il sistema dell’agro-industria globalizzata, esistono interessanti progetti di rilocalizzazione della filiera dei cereali attivi nel territorio torinese. Il più vicino al capoluogo è indubbiamente quello della Filiera della Farina di Stupinigi, che si fonda su un patto di filiera tra Coldiretti Torino, il Parco Naturale di Stupinigi, sei aziende agricole all’interno del Parco, il Consorzio Agrario di Piobesi, il Mulino Roccati di Candia Canavese e la Cooperativa, “ARTICOLO 4”, con la supervisione del Laboratorio Chimico della Camera di Commercio di Torino, hanno recuperato la coltivazione di alcune antiche varietà di frumento panificabile, avviando un’attività di filiera locale di produzione e trasformazione di grano, farina e prodotti da forno.

LA PRODUZIONE DI CEREALI NELLA CITTÀ METROPOLITANA DI TORINO

Vini metropolitani

Seppur meno rilevante dal punto di vista quantitativo e celebrato rispetto a quanto avvenga nelle aree limitrofe di Langhe, Monferrato e Roero, il settore vitivinicolo torinese è significativo soprattutto in termini di qualità delle produzioni e ruolo strategico nelle dinamiche di valorizzazione delle risorse territoriali e paesaggistiche di alcuni territori.
Allo stato attuale (dati Anagrafe Agricola, 2016), le aziende vitivinicole attive nel territorio della Città metropolitana sono 2184, le cui coltivazioni si estendono per una superficie di poco superiore ai 1000 ha, testimoniando la ridottissima superficie media coltivata da ciascuna azienda impegnata nel settore (meno di 0,5 ha). I vitigni (da vino) più rappresentati sono Barbera (261 ha), Erbaluce (232 ha) e Freisa (165 ha).
La distribuzione della superficie vitata è naturalmente coerente con le caratteristiche morfologiche e climatiche dei territori, con le maggiori concentrazioni localizzate nei comuni del Canavese, della collina Chierese e del Pinerolese.
All’interno dei confini del territorio della Città metropolitana sono presenti le perimetrazioni di otto riconoscimenti DOC, in parte sovrapposti, distribuiti nelle tre principali aree vitivinicole dell’ex provincia: Valsusa, Pinerolese e Ramìe, nella fascia montana e pedemontana occidentale; Canavese, Erbaluce di Caluso e Carema nell’area collinare e montana del Canavese; Freisa di Chieri e Collina Torinese, nella fascia collinare al confine col Monferrato.
Oltre all’importanza economica all’interno del settore agroalimentare, la produzione vitivinicola riveste un ruolo di grande rilevanza in progetti di valorizzazione e conservazione del paesaggio e di definizione di modelli di fruizione turistica legata alla valorizzazione dei prodotti locali.
Il progetto Strada Reale dei Vini Torinesi è ad esempio alla base di un tentativo di valorizzazione e messa in rete di produttori di vino, amministratori locali e operatori turistici delle aree maggiormente vocate alla vitivinicoltura, anche grazie all’individuazione di percorsi specifici per la fruizione del territorio.
La produzione di vino è al centro anche di importanti progetti di recupero del paesaggio rurale e di antiche varietà di vitigno, in particolare in ambito montano, grazie ad azioni come il recupero dei terrazzamenti della media Valsusa e alla coltivazione dell’Avanà; dei versanti terrazzati intorno a Pomaretto e al recupero del Ramìe; o al recupero dei tradizionali topion (muretti a secco e colonne in pietra a sostegno dei vigneti) del Canavese, in particolare intorno a Carema.
Un caso di particolare valore simbolico per un percorso di recupero delle connessioni tra città e produzione agricola è il progetto di recupero del vigneto urbano di Villa della Regina, a Torino, uno dei pochi nel suo genere in Europa.

DISTRIBUZIONE DELLA SUPERFICIE VITATA E PERIMETRAZIONE DEGLI AREALI DOC

La distribuzione di marchi e prodotti agroalimentari di qualità in Città Metropolitana di Torino

Nell’ambito del progetto T.A.P. – Territori Alpini Piemontesi, portato avanti dall’Istituto SiTI nel 2016 e incentrato sul tema delle aree montane con l’obiettivo di individuarne le criticità esistenti e di proporre soluzioni atte a rivitalizzare i territori interni e a invertirne il processo di marginalizzazione in atto, è stato condotto un approfondimento sull’economia agroalimentare della Regione Piemonte.
I risultati principali di questa attività sono stati il censimento di tutti i marchi di qualità dei prodotti agroalimentari diffusi sul territorio a cui è seguita la creazione di un database riepilogativo di tutte le informazioni reperite e l’individuazione, mediante singole cartografie, della distribuzione spaziale di marchi e prodotti a livello comunale in modo tale da indagare le ricadute di queste certificazioni sull’economia del territorio.
I risultati di questo lavoro hanno portato alle seguenti considerazioni:

  • La produzione di qualità certificata tramite un marchio si concentra maggiormente nelle aree montuose/collinari del territorio provinciale, mentre le aree di pianura, dove si registrano le grandi produzioni agricole, ne sono meno dotate.
  • La valli (Susa, Pinerolese e Canavese) sono in assoluto quelle caratterizzate dalla maggioranza di prodotti riconosciuti e da marchi di qualità, accompagnate dalla collina torinese.
  • La distribuzione dei marchi di vino (DOC e DOCG) si registra maggiormente nei Comuni delle valli prima menzionate (soprattutto il Canavese ed Ivrea-Caluso).
  • L’analisi e il calcolo della densità di prodotti in rapporto al numero di occupati nel settore agricolo permette di comprendere ancor meglio la qualità delle aree montuose, poiché si riscontra un valore prossimo a 1 o superiore in tutto l’arco alpino del territorio metropolitano.
  • Analizzando invece il numero assoluto di occupati nel settore agricolo al 2010 (censimento agricoltura), si registra un valore di occupati nelle aree di montagna molto inferiore rispetto ai comuni di pianura; una dinamica esattamente contraria a quella di marchi e prodotti.

In generale quindi emerge come lo sviluppo economico agricolo e l’occupazione agricola caratterizzino maggiormente i Comuni di pianura, mentre il numero di marchi e di prodotti a marchio di qualità siano molto più concentrati nelle zone montuose. Unica eccezione è rappresentata dalla collina torinese. Purtroppo emerge una dinamica duale: nei comuni di montagna risultano presenti molti prodotti con marchio di qualità, ma questo dato non è rispecchiato nell’andamento del tasso di occupazione, che risulta viceversa molto basso. Da queste considerazioni si è giunti alla conclusione che nel territorio metropolitano di Torino, ma anche in Regione Piemonte, l’elevatissimo numero di prodotti con marchio e la grande quantità di prodotti diversi ha portato purtroppo a sminuire il significato e l’efficacia della valorizzazione stessa attraverso lo strumento del marchio di qualità. Di conseguenza si può affermare che gli investimenti per l’istituzione dei marchi e il marketing per la diffusione di tali certificazioni non hanno avuto grandi ricadute in termini di occupazione sul territorio (particolarmente evidente è il caso della Val di Susa).

Scheda a cura di SiTI – Istituto Superiore sui Sistemi Territoriali per l’Innovazione (Arch. Stefano Fraire e Dott. Giulia Pacini).

 NUMERO DI PRODOTTI TIPICI RICONOSCIUTI PER COMUNE

I produttori delle reti agroalimentari alternative

Una delle caratteristiche principali delle reti agroalimentari alternative (Alternative Food Networks, o AFN, nel dibattito internazionale) è quella di creare nuove relazioni tra produttori e consumatori, tra i quali si ri-costituisce un rapporto diretto, fondato sulla fiducia reciproca e sulle relazioni interpersonali.
L’importanza attribuita alla provenienza e alle caratteristiche dei produttori varia significativamente in base alle caratteristiche del singolo consumatore e alle diverse tipologie di reti alternative considerate, raggiungendo probabilmente i livelli più elevati nel caso dei Gruppi di Acquisto Solidale (GAS), per i cui membri la conoscenza diretta dei produttori è parte centrale dell’esperienza d’acquisto.
ll ruolo fondamentale delle aziende di produzione, delle loro caratteristiche produttive e dei territori nei quali si trovano è testimoniato dalla visibilità che esse hanno in molte pratiche di AFN, per esempio attraverso schede descrittive posizionate sui banchi di vendita in numerosi mercati di vendita diretta.
Ciononostante, non esistono elenchi ufficiali e completi relativi ai produttori che riforniscono le singole reti agroalimentari alternative basate a Torino rendendo ardua un’analisi approfondita ed esaustiva dell’estensione spaziale e delle caratteristiche organizzative di tali reti e mostrando il non ancora completo raggiungimento di un percorso maturo di valorizzazione dei produttori attraverso la vendita diretta.
Grazie alla fitta rete di contatti attivi nel mondo degli AFN e del consumo alternativo a Torino, costituita in occasione della ricerca AFNIA – Alternative Food Networks ad Interdisciplinary Assessment (2013-2016) condotta dall’Università di Torino[1] è stato tuttavia possibile costruire un database, non esaustivo ma significativo, di circa 600 produttori agricoli e alimentari che negli ultimi 5 anni hanno venduto i propri prodotti attraverso un canale di vendita alternativo basato a Torino, in particolare mercati dei contadini e GAS.
La distribuzione spaziale dei produttori individuati mostra come la maggior parte provenga da una zona compresa nel raggio di 50 km da Torino, testimoniando l’importanza data alla provenienza locale dei prodotti venduti attraverso queste reti. È possibile osservare una particolare concentrazione di produttori in tre aree specifiche: (a) le colline che circondano Torino sul lato est e sud-est dell’area metropolitana; (b) il Roero collinare; (c) le aree pedemontane comprese tra l’area urbana di Torino e le valli Susa, Chisone e Pellice.
Si tratta di territori molto diversi molto diversi per quanto riguarda la struttura agricola ed economica e le relazioni con il capoluogo. Diventa quindi fondamentale analizzare più a fondo le ragioni di queste concentrazioni, per capire se vi siano segnali di progetti di scala territoriale, finalizzati a nuovi rapporti tra urbano e rurale, che vadano al di là delle scelte aziendali dei singoli produttori.
L’areale di provenienza dei produttori che riforniscono i GAS è generalmente più ampio di quello dei mercati dei contadini, in quanto è più comune trovare nel paniere dei consumatori che partecipano agli acquisti collettivi prodotti provenienti da altre regioni e altri paesi. La motivazione principale dell’acquisto di alcuni prodotti non è in questo caso la provenienza locale, ma il loro essere rappresentativi di un modello alternativo di produzione e distribuzione alimentare (l’esempio più significativo è quello dei prodotti provenienti da terreni confiscati alle mafie).

[1] La ricerca è stata svolta da un gruppo interdisciplinare dell’Università degli Studi di Torino (Dipartimenti Culture, Politica e Società – CPS; Economia – Cognetti de Martiis; Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari – DISAFA) nell’ambito del bando finanziamento alla ricerca Università di Torino – Compagnia di San Paolo 2012.

LA DISTRIBUZIONE SPAZIALE DI 600 PRODUTTORI AGRICOLI E ALIMENTARI CHE RIFORNISCONO I CANALI DI VENDITA ALTERNATIVI (MERCATI DEI CONTADINI E GAS) BASATI A TORINO (FONTE: RICERCA AFNIA – UNIVERSITÀ DI TORINO)

(Credits immagine di copertina: https://www.pexels.com/it-it/foto/adulto-agricoltura-albero-ambiente-1482101/).

La frutta, coltivazione fondamentale per l’agricoltura torinese

Il settore frutticolo è una delle eccellenze riconosciute dell’agricoltura piemontese, per la qualità della produzione e l’ampia diffusione delle coltivazioni.
Nel territorio della Città metropolitana di Torino le aziende agricole con terreni che coltivano fruttiferi sono 2287, pari al 15,9% delle aziende agricole attive sullo stesso territorio (dati Anagrafe Agricola 2016).
La percentuale più cospicua di aziende è attiva nella coltivazione di mele (37,8%), seguita da castagno (21,33%), pesche (19,4%) e actinidia (kiwi) (19,1%).  Tra le altre coltivazioni più diffuse vi sono pere e ciliegie.
La superficie occupata dalla coltivazione di frutta nel territorio metropolitano è di 2995,3 ha, equivalente a meno dell’1,5% del totale della SAU, coerentemente con la natura non estensiva del tipo di coltivazione.
Le superfici maggiori sono occupate da coltivazioni di actinidia (23%), melo (19,6%), nocciolo (16,5%) e castagno (14,4%).
Nonostante il peso relativo in termini di superfici occupate e di aziende attive, rispetto al totale della produzione agricola metropolitana, il settore della frutta è uno dei più rappresentativi del territorio, come testimoniato dalla diffusa presenza di marchi di origine territoriale attribuiti a diverse varietà di frutta del Torinese. Tra i principali: antiche varietà di mele piemontesi (Paniere dei prodotti tipici e Presidio Slow Food e PAT); ciliegie di Pecetto (Paniere prodotti tipici e PAT); amarena di Trofarello (PAT); fragola di San Raffaele Cimena (PAT); fragolina di San Mauro Torinese (PAT); lampone di Rubiana (De.CO); marrone della val Pellice (PAT); marrone della Val Susa (PAT e Paniere); mela Rossa di Cuneo (PAT, prodotta anche nel Pinerolese); Nocciola del Piemonte (IGP); pere delle Valli di Lanzo (PAT); piccoli frutti (Paniere); susine della Collina Torinese (PAT).
L’analisi della distribuzione della produzione frutticola sul territorio ex provinciale mette in evidenza alcune significative specializzazioni territoriali. In particolare:

la produzione di kiwi nel Pinerolese e nel Chivassese
i castagneti in tutte le medie e basse valli alpine
la diffusione dei noccioleti nelle aree collinari al confine con la Provincia di Asti
la coltivazione di mele nella piana Cavourese e intorno a Cumiana
la micro-specializzazione territoriale dei comuni produttori di ciliegie, tra Pecetto Torinese e Moncalieri.

Significativa dal punto di vista dell’economia locale, anche se non evidente dalla carta a causa delle piccole superfici occupate, è inoltre la coltivazione di piccoli frutti nei comuni di alcune vallate alpine, in particolare la Valle Susa, la Val Sangone e la Val Pellice.
Il consumo di frutta locale è uno dei temi più presenti nel dibattito relativo alla filiera corta e alla riduzione della distanza tra produttori e consumatori e all’alimentazione nelle mense scolastiche, dove sono presenti numerosi progetti finalizzati ad aumentare il consumo di frutta tra gli studenti (es. Frutta al mattino).
Secondo le rese medie per ettaro nel territorio del Torinese (dati Regione Piemonte, 2013), i quasi 6000 ha coltivati a mele (solo per fare un esempio) all’interno dei confini della Città Metropolitana possono produrre circa 175.000 tonnellate di frutta (con metodi convenzionali), rappresentando un fondamentale bacino di rifornimento potenziale per gli oltre 20 milioni di pasti erogati ogni anno dalle mense scolastiche dei comuni metropolitani.

DISTRIBUZIONE DELLA SUPERFICIE COLTIVATA A FRUTTA E COLTIVAZIONI PREVALENTI NEI COMUNI DELLA CITTÀ METROPOLITANA (FONTE: REGIONE PIEMONTE, 2016)

 

(Credits immagine di copertina: https://www.pexels.com/it-it/foto/albero-apple-azienda-agricola-cibo-6035/)

Il biologico in agricoltura

Il settore della produzione e della vendita di prodotti biologici certificati è da anni in costante crescita, sia per diffusione di imprese coinvolte sia per mole di produzioni e vendite (Rapporto Bio Bank 2016), in controtendenza con la crisi economica congiunturale, che colpisce anche il settore agricolo.
Le diverse definizioni esistenti di agricoltura biologica sono accomunate da due elementi principali: il rifiuto dell’utilizzo di prodotti chimici e l’attenzione diffusa al rispetto dei cicli biologici e a una relazione tra agricoltura/allevamento e ambiente naturale caratterizzata da scambi il più possibile equilibrati.
Secondo i dati del Bioreport 2016, redatto da MIPAAF e Rete Rurale Nazionale, a scala mondiale si contavano nel 2013 circa 2 milioni di produttori biologici, il 17% dei quali localizzato in Europa e in particolare in Spagna, Italia e Francia, dove si concentra il 44% della superficie coltivata con metodi biologici in Europa. In termini percentuali, i paesi nei quali il biologico è maggiormente diffuso sono Austria, Svezia e Italia, dove i terreni coltivati con questi metodi superano il 10% della SAU complessiva.
Dal punto di vista strutturale, le aziende biologiche sono caratterizzate da dimensioni mediamente superiori rispetto alle aziende convenzionali (45 h di media contro 36 ha), da un superiore numero medio di unità di bestiame (17,7 UBA contro 16,3 UBA) e da un maggiore impiego di lavoro e capitale.
Coerentemente, sono superiori anche il valore medio della produzione lorda (110.113 euro nelle biologiche contro i 95.796 delle convenzionali) e il reddito netto (48.506 euro contro i 36.741 euro) degli imprenditori agricoli coinvolti.
Le regioni italiane nelle quali la produzione biologica è maggiormente diffusa sono Sicilia, Calabria e Puglia per quanto riguarda gli operatori coinvolti; Sicilia, Puglia e Sardegna relativamente alla quantità di SAU coltivata con questi metodi. In Piemonte sono attivi nel settore 1324 operatori, per una superficie agricola utilizzata di 28.876 ha, pari al 2,9% della SAU regionale (dati SINAB 2013), percentuale minore rispetto al dato nazionale del 10,2%. Nella Città Metropolitana di Torino (dati Anagrafe Agricola Regione Piemonte, 2016) il dato è di 1839,31 ha, pari allo 0,88% della SAU complessiva, con una distribuzione fortemente eterogenea tra settori nei quali i metodi biologici sono ampiamente utilizzati – in particolare la coltivazione di riso (23,6% della SAU) – e altri nei quali sono assenti o fortemente minoritari, come nel caso della coltivazione di altri cereali (0,5%).
Dal punto di vista della distribuzione geografica, si osservano alcune aree con una concentrazione particolarmente significativa, in particolare la Valle di Susa, il Canavese/Eporediese e il Pinerolese.
La quantità di superficie in conversione (1591 ha, quasi pari al totale della superficie coltivata con metodi biologici già esistente) dimostra la tendenza all’ulteriore aumento della diffusione dei metodi biologici nel futuro prossimo.
Per concludere, è necessario sottolineare come i dati qui analizzati si riferiscano esclusivamente alle produzioni biologiche certificate secondo le procedure ufficiali, escludendo le molte e interessanti esperienze di certificazione partecipativa e autocertificazione, diffuse in diverse realtà metropolitane torinesi e veicolate attraverso le reti di distribuzione alternative, come i mercati di Genuino Clandestino (genuinoclandestino.it).

 

Credits: foto Alessia Toldo.