Vini metropolitani

Seppur meno rilevante dal punto di vista quantitativo e celebrato rispetto a quanto avvenga nelle aree limitrofe di Langhe, Monferrato e Roero, il settore vitivinicolo torinese è significativo soprattutto in termini di qualità delle produzioni e ruolo strategico nelle dinamiche di valorizzazione delle risorse territoriali e paesaggistiche di alcuni territori.
Allo stato attuale (dati Anagrafe Agricola, 2016), le aziende vitivinicole attive nel territorio della Città metropolitana sono 2184, le cui coltivazioni si estendono per una superficie di poco superiore ai 1000 ha, testimoniando la ridottissima superficie media coltivata da ciascuna azienda impegnata nel settore (meno di 0,5 ha). I vitigni (da vino) più rappresentati sono Barbera (261 ha), Erbaluce (232 ha) e Freisa (165 ha).
La distribuzione della superficie vitata è naturalmente coerente con le caratteristiche morfologiche e climatiche dei territori, con le maggiori concentrazioni localizzate nei comuni del Canavese, della collina Chierese e del Pinerolese.
All’interno dei confini del territorio della Città metropolitana sono presenti le perimetrazioni di otto riconoscimenti DOC, in parte sovrapposti, distribuiti nelle tre principali aree vitivinicole dell’ex provincia: Valsusa, Pinerolese e Ramìe, nella fascia montana e pedemontana occidentale; Canavese, Erbaluce di Caluso e Carema nell’area collinare e montana del Canavese; Freisa di Chieri e Collina Torinese, nella fascia collinare al confine col Monferrato.
Oltre all’importanza economica all’interno del settore agroalimentare, la produzione vitivinicola riveste un ruolo di grande rilevanza in progetti di valorizzazione e conservazione del paesaggio e di definizione di modelli di fruizione turistica legata alla valorizzazione dei prodotti locali.
Il progetto Strada Reale dei Vini Torinesi è ad esempio alla base di un tentativo di valorizzazione e messa in rete di produttori di vino, amministratori locali e operatori turistici delle aree maggiormente vocate alla vitivinicoltura, anche grazie all’individuazione di percorsi specifici per la fruizione del territorio.
La produzione di vino è al centro anche di importanti progetti di recupero del paesaggio rurale e di antiche varietà di vitigno, in particolare in ambito montano, grazie ad azioni come il recupero dei terrazzamenti della media Valsusa e alla coltivazione dell’Avanà; dei versanti terrazzati intorno a Pomaretto e al recupero del Ramìe; o al recupero dei tradizionali topion (muretti a secco e colonne in pietra a sostegno dei vigneti) del Canavese, in particolare intorno a Carema.
Un caso di particolare valore simbolico per un percorso di recupero delle connessioni tra città e produzione agricola è il progetto di recupero del vigneto urbano di Villa della Regina, a Torino, uno dei pochi nel suo genere in Europa.

DISTRIBUZIONE DELLA SUPERFICIE VITATA E PERIMETRAZIONE DEGLI AREALI DOC

La distribuzione di marchi e prodotti agroalimentari di qualità in Città Metropolitana di Torino

Nell’ambito del progetto T.A.P. – Territori Alpini Piemontesi, portato avanti dall’Istituto SiTI nel 2016 e incentrato sul tema delle aree montane con l’obiettivo di individuarne le criticità esistenti e di proporre soluzioni atte a rivitalizzare i territori interni e a invertirne il processo di marginalizzazione in atto, è stato condotto un approfondimento sull’economia agroalimentare della Regione Piemonte.
I risultati principali di questa attività sono stati il censimento di tutti i marchi di qualità dei prodotti agroalimentari diffusi sul territorio a cui è seguita la creazione di un database riepilogativo di tutte le informazioni reperite e l’individuazione, mediante singole cartografie, della distribuzione spaziale di marchi e prodotti a livello comunale in modo tale da indagare le ricadute di queste certificazioni sull’economia del territorio.
I risultati di questo lavoro hanno portato alle seguenti considerazioni:

  • La produzione di qualità certificata tramite un marchio si concentra maggiormente nelle aree montuose/collinari del territorio provinciale, mentre le aree di pianura, dove si registrano le grandi produzioni agricole, ne sono meno dotate.
  • La valli (Susa, Pinerolese e Canavese) sono in assoluto quelle caratterizzate dalla maggioranza di prodotti riconosciuti e da marchi di qualità, accompagnate dalla collina torinese.
  • La distribuzione dei marchi di vino (DOC e DOCG) si registra maggiormente nei Comuni delle valli prima menzionate (soprattutto il Canavese ed Ivrea-Caluso).
  • L’analisi e il calcolo della densità di prodotti in rapporto al numero di occupati nel settore agricolo permette di comprendere ancor meglio la qualità delle aree montuose, poiché si riscontra un valore prossimo a 1 o superiore in tutto l’arco alpino del territorio metropolitano.
  • Analizzando invece il numero assoluto di occupati nel settore agricolo al 2010 (censimento agricoltura), si registra un valore di occupati nelle aree di montagna molto inferiore rispetto ai comuni di pianura; una dinamica esattamente contraria a quella di marchi e prodotti.

In generale quindi emerge come lo sviluppo economico agricolo e l’occupazione agricola caratterizzino maggiormente i Comuni di pianura, mentre il numero di marchi e di prodotti a marchio di qualità siano molto più concentrati nelle zone montuose. Unica eccezione è rappresentata dalla collina torinese. Purtroppo emerge una dinamica duale: nei comuni di montagna risultano presenti molti prodotti con marchio di qualità, ma questo dato non è rispecchiato nell’andamento del tasso di occupazione, che risulta viceversa molto basso. Da queste considerazioni si è giunti alla conclusione che nel territorio metropolitano di Torino, ma anche in Regione Piemonte, l’elevatissimo numero di prodotti con marchio e la grande quantità di prodotti diversi ha portato purtroppo a sminuire il significato e l’efficacia della valorizzazione stessa attraverso lo strumento del marchio di qualità. Di conseguenza si può affermare che gli investimenti per l’istituzione dei marchi e il marketing per la diffusione di tali certificazioni non hanno avuto grandi ricadute in termini di occupazione sul territorio (particolarmente evidente è il caso della Val di Susa).

Scheda a cura di SiTI – Istituto Superiore sui Sistemi Territoriali per l’Innovazione (Arch. Stefano Fraire e Dott. Giulia Pacini).

 NUMERO DI PRODOTTI TIPICI RICONOSCIUTI PER COMUNE

I produttori delle reti agroalimentari alternative

Una delle caratteristiche principali delle reti agroalimentari alternative (Alternative Food Networks, o AFN, nel dibattito internazionale) è quella di creare nuove relazioni tra produttori e consumatori, tra i quali si ri-costituisce un rapporto diretto, fondato sulla fiducia reciproca e sulle relazioni interpersonali.
L’importanza attribuita alla provenienza e alle caratteristiche dei produttori varia significativamente in base alle caratteristiche del singolo consumatore e alle diverse tipologie di reti alternative considerate, raggiungendo probabilmente i livelli più elevati nel caso dei Gruppi di Acquisto Solidale (GAS), per i cui membri la conoscenza diretta dei produttori è parte centrale dell’esperienza d’acquisto.
ll ruolo fondamentale delle aziende di produzione, delle loro caratteristiche produttive e dei territori nei quali si trovano è testimoniato dalla visibilità che esse hanno in molte pratiche di AFN, per esempio attraverso schede descrittive posizionate sui banchi di vendita in numerosi mercati di vendita diretta.
Ciononostante, non esistono elenchi ufficiali e completi relativi ai produttori che riforniscono le singole reti agroalimentari alternative basate a Torino rendendo ardua un’analisi approfondita ed esaustiva dell’estensione spaziale e delle caratteristiche organizzative di tali reti e mostrando il non ancora completo raggiungimento di un percorso maturo di valorizzazione dei produttori attraverso la vendita diretta.
Grazie alla fitta rete di contatti attivi nel mondo degli AFN e del consumo alternativo a Torino, costituita in occasione della ricerca AFNIA – Alternative Food Networks ad Interdisciplinary Assessment (2013-2016) condotta dall’Università di Torino[1] è stato tuttavia possibile costruire un database, non esaustivo ma significativo, di circa 600 produttori agricoli e alimentari che negli ultimi 5 anni hanno venduto i propri prodotti attraverso un canale di vendita alternativo basato a Torino, in particolare mercati dei contadini e GAS.
La distribuzione spaziale dei produttori individuati mostra come la maggior parte provenga da una zona compresa nel raggio di 50 km da Torino, testimoniando l’importanza data alla provenienza locale dei prodotti venduti attraverso queste reti. È possibile osservare una particolare concentrazione di produttori in tre aree specifiche: (a) le colline che circondano Torino sul lato est e sud-est dell’area metropolitana; (b) il Roero collinare; (c) le aree pedemontane comprese tra l’area urbana di Torino e le valli Susa, Chisone e Pellice.
Si tratta di territori molto diversi molto diversi per quanto riguarda la struttura agricola ed economica e le relazioni con il capoluogo. Diventa quindi fondamentale analizzare più a fondo le ragioni di queste concentrazioni, per capire se vi siano segnali di progetti di scala territoriale, finalizzati a nuovi rapporti tra urbano e rurale, che vadano al di là delle scelte aziendali dei singoli produttori.
L’areale di provenienza dei produttori che riforniscono i GAS è generalmente più ampio di quello dei mercati dei contadini, in quanto è più comune trovare nel paniere dei consumatori che partecipano agli acquisti collettivi prodotti provenienti da altre regioni e altri paesi. La motivazione principale dell’acquisto di alcuni prodotti non è in questo caso la provenienza locale, ma il loro essere rappresentativi di un modello alternativo di produzione e distribuzione alimentare (l’esempio più significativo è quello dei prodotti provenienti da terreni confiscati alle mafie).

[1] La ricerca è stata svolta da un gruppo interdisciplinare dell’Università degli Studi di Torino (Dipartimenti Culture, Politica e Società – CPS; Economia – Cognetti de Martiis; Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari – DISAFA) nell’ambito del bando finanziamento alla ricerca Università di Torino – Compagnia di San Paolo 2012.

LA DISTRIBUZIONE SPAZIALE DI 600 PRODUTTORI AGRICOLI E ALIMENTARI CHE RIFORNISCONO I CANALI DI VENDITA ALTERNATIVI (MERCATI DEI CONTADINI E GAS) BASATI A TORINO (FONTE: RICERCA AFNIA – UNIVERSITÀ DI TORINO)

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I mercati alimentari

I mercati alimentari rappresentano uno dei luoghi simbolici della riconnessione tra l’acquisto di cibo, le relazioni di comunità, i territori di produzione e di consumo e la contaminazione tra culture. Emile Zola, in un noto romanzo del 1873 descriveva il mercato de Les Halles come il “ventre di Parigi” e ancora oggi i grandi mercati urbani come quello di Porta Palazzo rappresentano nodi centrali per il funzionamento delle città, attraversati da continui flussi di merci, persone e culture, e insostituibili porte d’accesso al cibo fresco e di qualità al quale hanno diritto tutti i cittadini.
I mercati possono anche essere importanti fattori di attrazione turistica, come dimostrato da casi celebri come quello della Boqueria di Barcellona. Questo aspetto è stato preso in considerazione dall’amministrazione comunale torinese, che ha lanciato negli ultimi anni il portale Torino Mercati (mercati.comune.torino.it/), dedicato a raccontare ai cittadini e ai turisti la realtà dei molti mercati torinesi. Torino è infatti una delle città d’Italia con il numero maggiore di mercati alimentari: ben 42, la quasi totalità dei quali a cadenza quotidiana. La carta qui sotto mostra la distribuzione omogenea dei mercati nei quartieri torinesi, con una concentrazione del numero dei banchi presenti nei principali mercati: Porta Palazzo, Corso Racconigi, Piazza Madama Cristina, Borgo Vittoria, Piazza Bengasi. La maggior parte di essi – altra unicità nel panorama dei mercati cittadini italiani – ospita inoltre quotidianamente alcuni banchi di produttori agricoli, che rappresentano un fondamentale elemento di valorizzazione dei prodotti di filiera corta del territorio.
Tale importanza è testimoniata dalla numerosità dei progetti – locali, nazionali ed europei – che vedono Torino impegnata, in cooperazione con altri territori, nella valorizzazione di questi storici luoghi di vendita e consumo di cibo all’interno della città. Per esempio il progetto Central Markets (2012-2015), che aveva l’obiettivo primario di migliorare il funzionamento e la gestione dei mercati cittadini, visti come motori di sviluppo e socialità a diverse scale, da quella regionale, alla scala dei quartieri nei quali si svolgono e Urbact Markets (2013-2015), finalizzato a mettere in atto progetti di sviluppo locale, rigenerazione urbana e sostenibilità centrati sulla valorizzazione dei mercati.
Su scala metropolitana la distribuzione dei mercati alimentari è omogenea e abbastanza coerente con la distribuzione della popolazione, con un addensamento nei principali centri urbani e una rarefazione nelle aree meno densamente popolate.
Ai cambiamenti nei ritmi di vita e nelle abitudini dei consumatori sono legati dibattiti e sperimentazioni in corso negli ultimi anni, relativi all’aumento dell’efficienza economica dei mercati e a loro adeguamento agli stili di vita contemporanei, in particolare in termini di orari, accessibilità e presenza di servizi aggiuntivi (es. somministrazione di cibo, eventi, ecc.). 

NUMERO DI GIORNI DI MERCATO PER COMUNE (FONTE: REGIONE PIEMONTE, 2017)

 

MERCATI RIONALI A TORINO

 

 

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La frutta, coltivazione fondamentale per l’agricoltura torinese

Il settore frutticolo è una delle eccellenze riconosciute dell’agricoltura piemontese, per la qualità della produzione e l’ampia diffusione delle coltivazioni.
Nel territorio della Città metropolitana di Torino le aziende agricole con terreni che coltivano fruttiferi sono 2287, pari al 15,9% delle aziende agricole attive sullo stesso territorio (dati Anagrafe Agricola 2016).
La percentuale più cospicua di aziende è attiva nella coltivazione di mele (37,8%), seguita da castagno (21,33%), pesche (19,4%) e actinidia (kiwi) (19,1%).  Tra le altre coltivazioni più diffuse vi sono pere e ciliegie.
La superficie occupata dalla coltivazione di frutta nel territorio metropolitano è di 2995,3 ha, equivalente a meno dell’1,5% del totale della SAU, coerentemente con la natura non estensiva del tipo di coltivazione.
Le superfici maggiori sono occupate da coltivazioni di actinidia (23%), melo (19,6%), nocciolo (16,5%) e castagno (14,4%).
Nonostante il peso relativo in termini di superfici occupate e di aziende attive, rispetto al totale della produzione agricola metropolitana, il settore della frutta è uno dei più rappresentativi del territorio, come testimoniato dalla diffusa presenza di marchi di origine territoriale attribuiti a diverse varietà di frutta del Torinese. Tra i principali: antiche varietà di mele piemontesi (Paniere dei prodotti tipici e Presidio Slow Food e PAT); ciliegie di Pecetto (Paniere prodotti tipici e PAT); amarena di Trofarello (PAT); fragola di San Raffaele Cimena (PAT); fragolina di San Mauro Torinese (PAT); lampone di Rubiana (De.CO); marrone della val Pellice (PAT); marrone della Val Susa (PAT e Paniere); mela Rossa di Cuneo (PAT, prodotta anche nel Pinerolese); Nocciola del Piemonte (IGP); pere delle Valli di Lanzo (PAT); piccoli frutti (Paniere); susine della Collina Torinese (PAT).
L’analisi della distribuzione della produzione frutticola sul territorio ex provinciale mette in evidenza alcune significative specializzazioni territoriali. In particolare:

la produzione di kiwi nel Pinerolese e nel Chivassese
i castagneti in tutte le medie e basse valli alpine
la diffusione dei noccioleti nelle aree collinari al confine con la Provincia di Asti
la coltivazione di mele nella piana Cavourese e intorno a Cumiana
la micro-specializzazione territoriale dei comuni produttori di ciliegie, tra Pecetto Torinese e Moncalieri.

Significativa dal punto di vista dell’economia locale, anche se non evidente dalla carta a causa delle piccole superfici occupate, è inoltre la coltivazione di piccoli frutti nei comuni di alcune vallate alpine, in particolare la Valle Susa, la Val Sangone e la Val Pellice.
Il consumo di frutta locale è uno dei temi più presenti nel dibattito relativo alla filiera corta e alla riduzione della distanza tra produttori e consumatori e all’alimentazione nelle mense scolastiche, dove sono presenti numerosi progetti finalizzati ad aumentare il consumo di frutta tra gli studenti (es. Frutta al mattino).
Secondo le rese medie per ettaro nel territorio del Torinese (dati Regione Piemonte, 2013), i quasi 6000 ha coltivati a mele (solo per fare un esempio) all’interno dei confini della Città Metropolitana possono produrre circa 175.000 tonnellate di frutta (con metodi convenzionali), rappresentando un fondamentale bacino di rifornimento potenziale per gli oltre 20 milioni di pasti erogati ogni anno dalle mense scolastiche dei comuni metropolitani.

DISTRIBUZIONE DELLA SUPERFICIE COLTIVATA A FRUTTA E COLTIVAZIONI PREVALENTI NEI COMUNI DELLA CITTÀ METROPOLITANA (FONTE: REGIONE PIEMONTE, 2016)

 

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Accessibilità alimentare

Il tema dell’accessibilità al cibo è strettamente connesso alla questione della sicurezza alimentare, intesa come la possibilità di assicurare a tutte le persone in ogni momento una quantità di cibo sufficiente, sicuro e nutriente per soddisfare le proprie esigenze dietetiche e le preferenze alimentari per una vita attiva e sana. Fra i diversi fattori che garantiscono l’accesso al cibo c’è evidentemente la diffusione sul territorio di esercizi per l’acquisto di prodotti alimentari, in particolare di prodotti sani e freschi.
Se escludiamo le reti alimentari alternative (GAS, vendita diretta in cascina) e acquisto online, i consumatori possono acquistare cibo in tre diverse tipologie commerciali: gli esercizi di vicinato, la Grande Distribuzione Organizzata e i mercati. In valori assoluti, nel 2015, i negozi alimentari e misti di vicinato, in Città Metropolitana raggiungono le 8.811 unità. Per quanto concerne la GDO, il cibo viene commercializzato in strutture a localizzazione singola e centri commerciali. Le prime possono essere specificatamente alimentari, o miste, e possono essere medie o grandi (a seconda della superficie e in relazione alla popolazione comunale). Nel territorio vi sono 31 strutture medie alimentari, 583 miste, 17 grandi (sempre miste), 55 centri commerciali medi e 57 grandi. I mercati ambulanti sono 363, per un totale di 17.093 banchi e 74 posteggi singoli (dati Regione Piemonte, 2015).
Per quanto concerne la loro distribuzione quasi il 96% dei comuni della Città Metropolitana di Torino presenta almeno una di queste tre tipologie.
Il restante 4% (ossia 12 comuni, Canischio, Cinzano, Ingria, Massello, Meugliano, Mombello di Torino, Mompantero, Prarostino, Salza di Pinerolo, San Didero, Sauze di Cesana, Trausella) è invece totalmente sprovvisto di esercizi commerciali dove acquistare prodotti alimentari. Si tratta, ovviamente, di una minima parte della popolazione metropolitana (lo 0,8% al 2015) ma già solo per gli anziani di questi comuni, che rappresentano in media il 25% degli abitanti, questo dato si può tradurre in un minor accesso al cibo. In questi casi si può parlare di rural food desert, ossia di aree rurali caratterizzate da una rarefazione di luoghi in cui acquistare prodotti alimentari sani e freschi. Analogamente, l’osservazione di come si distribuiscono gli esercizi commerciali alimentari nelle principali città permette di verificare la presenza o meno di food desert di tipo urbano, fenomeno particolarmente presente in alcune aree del Nord America e meno significativo in paesi come l’Italia, in cui sia il tessuto al dettaglio, sia soprattutto i mercati rionali (quotidiani o settimanali) sono diffusi e garantiscono l’approvvigionamento di prodotti freschi. Per una mappatura a scala regionale dei comuni a rischio di desertificazione alimentare si veda anche il Report sul commercio in Piemonte del 2015, curato dal Settore Commercio e Terziario dell’Osservatorio Regionale del Commercio.

 

 

(Credits foto Pexels)

Il biologico in agricoltura

Il settore della produzione e della vendita di prodotti biologici certificati è da anni in costante crescita, sia per diffusione di imprese coinvolte sia per mole di produzioni e vendite (Rapporto Bio Bank 2016), in controtendenza con la crisi economica congiunturale, che colpisce anche il settore agricolo.
Le diverse definizioni esistenti di agricoltura biologica sono accomunate da due elementi principali: il rifiuto dell’utilizzo di prodotti chimici e l’attenzione diffusa al rispetto dei cicli biologici e a una relazione tra agricoltura/allevamento e ambiente naturale caratterizzata da scambi il più possibile equilibrati.
Secondo i dati del Bioreport 2016, redatto da MIPAAF e Rete Rurale Nazionale, a scala mondiale si contavano nel 2013 circa 2 milioni di produttori biologici, il 17% dei quali localizzato in Europa e in particolare in Spagna, Italia e Francia, dove si concentra il 44% della superficie coltivata con metodi biologici in Europa. In termini percentuali, i paesi nei quali il biologico è maggiormente diffuso sono Austria, Svezia e Italia, dove i terreni coltivati con questi metodi superano il 10% della SAU complessiva.
Dal punto di vista strutturale, le aziende biologiche sono caratterizzate da dimensioni mediamente superiori rispetto alle aziende convenzionali (45 h di media contro 36 ha), da un superiore numero medio di unità di bestiame (17,7 UBA contro 16,3 UBA) e da un maggiore impiego di lavoro e capitale.
Coerentemente, sono superiori anche il valore medio della produzione lorda (110.113 euro nelle biologiche contro i 95.796 delle convenzionali) e il reddito netto (48.506 euro contro i 36.741 euro) degli imprenditori agricoli coinvolti.
Le regioni italiane nelle quali la produzione biologica è maggiormente diffusa sono Sicilia, Calabria e Puglia per quanto riguarda gli operatori coinvolti; Sicilia, Puglia e Sardegna relativamente alla quantità di SAU coltivata con questi metodi. In Piemonte sono attivi nel settore 1324 operatori, per una superficie agricola utilizzata di 28.876 ha, pari al 2,9% della SAU regionale (dati SINAB 2013), percentuale minore rispetto al dato nazionale del 10,2%. Nella Città Metropolitana di Torino (dati Anagrafe Agricola Regione Piemonte, 2016) il dato è di 1839,31 ha, pari allo 0,88% della SAU complessiva, con una distribuzione fortemente eterogenea tra settori nei quali i metodi biologici sono ampiamente utilizzati – in particolare la coltivazione di riso (23,6% della SAU) – e altri nei quali sono assenti o fortemente minoritari, come nel caso della coltivazione di altri cereali (0,5%).
Dal punto di vista della distribuzione geografica, si osservano alcune aree con una concentrazione particolarmente significativa, in particolare la Valle di Susa, il Canavese/Eporediese e il Pinerolese.
La quantità di superficie in conversione (1591 ha, quasi pari al totale della superficie coltivata con metodi biologici già esistente) dimostra la tendenza all’ulteriore aumento della diffusione dei metodi biologici nel futuro prossimo.
Per concludere, è necessario sottolineare come i dati qui analizzati si riferiscano esclusivamente alle produzioni biologiche certificate secondo le procedure ufficiali, escludendo le molte e interessanti esperienze di certificazione partecipativa e autocertificazione, diffuse in diverse realtà metropolitane torinesi e veicolate attraverso le reti di distribuzione alternative, come i mercati di Genuino Clandestino (genuinoclandestino.it).

 

Credits: foto Alessia Toldo.

Primo Rapporto E-book 2017

Il gruppo di ricerca dell’Atlante del Cibo di Torino Metropolitana è lieto di presentarvi il Primo Rapporto 2017, che potete scaricare qui (parte 1), qui (parte 2) e qui (parte 3).

 

Qui, invece, potete acquistare gratuitamente l’e-book del primo rapporto, pubblicato con la casa editrice Celid nella collana “Atlante del Cibo di Torino Metropolitana”.
Nel volume, oltre a una grafica diversa e più intuitiva, sono state aggiunti aggiunti alcuni paragrafi, in particolare:

L’introduzione alla collana, a cura di Egidio Dansero, Franco Fassio e Paolo Tamborrini
Le potenzialità di un territorio, a cura di Franco Fassio e Luigi Bistagnino
Cartografare dal basso il sistema del cibo: First Life e il crowdmapping, a cura di Alessia Calafiore e Guido Boella
Una prima lettura del sistema del cibo di Torino Metropolitana: uno, nessuno e centomila, a cura di Giacomo Pettenati e Nadia Tecco.

In generale, questa prima pubblicazione (sia nella forma del rapporto, sia nell’e-book) rappresenta una prima fotografia, certamente non esaustiva ma trasversale e integrata, dei principali elementi del sistema del cibo metropolitano. Cominciamo a rispondere alla domanda “dove siamo?” che, passando dal mistico all’alimentare, significa cercare di capire di cosa parliamo quando affrontiamo il tema del rapporto fra il cibo e un territorio – fra il cibo e Torino, come Comune, come area metropolitana, come città-regione – che si relaziona, in termini alimentari, con i livelli sovralocali, da quello nazionale fino alla scala globale.

 

Nel pensare e realizzare questo progetto siamo guidati dall’idea che l’Atlante potesse spingersi oltre la semplice restituzione dello stato di fatto del sistema alimentare (che rappresenta comunque un primo e imprescindibile passo): il nostro obiettivo è infatti che esso ci aiuti a rispondere a due domande altrettanto complesse: “dove vogliamo andare?” e soprattutto “come ci andiamo?”.
Tradotti in termini operativi questo significa usare l’Atlante come strumento da cui partire per definire obiettivi auspicabili per il futuro alimentare di Torino Mtropolitana: obiettivi che devono essere ambiziosi, certamente, ma anche concreti e soprattutto coerenti con le esigenze e le reali risorse, materiali e immateriali, di questo territorio.
Una volta individuati la partenza e l’arrivo è la volta del tragitto, della traiettoria da seguire per rispondere ai bisogni, per realizzare i progetti, per centrare gli obiettivi. Il percorso di ricerca-azione che ha coinvolto molti dei membri del gruppo di ricerca, impegnati da anni nei processi di governance alimentare a diverse scale avviati dal Comune e dalla Città Metropolitana, ci ha aiutato a capire che un progetto come questo ha senso se capace di uscire dagli ambienti puramente accademici e della ricerca (per quanto sia pensato anche per questo fine) e funzionare come strumento di sostegno alle politiche e alle progettualità espressamente tese a realizzare un sistema del cibo più sostenibile, in termini ambientali, ma anche sociali ed economici.

I Gruppi di Acquisto Solidale, forme di acquisto collettivo nella città metropolitana

Gruppi di cittadini che si organizzano per acquistare collettivamente prodotti di vario genere, in particolare alimentari, adottando il principio di solidarietà come principio guida nella scelta dei prodotti e nei rapporti con i produttori, rappresentano anche nella Torino metropolitana una delle forme più significative dell’economia solidale e delle piccola distribuzione auto-organizzata.

A fronte dell’identificazione di alcuni criteri di consumo condivisi tra cui la promozione dell’acquisto da filiera corta, la scelta di sistemi produttivi a minor impatto ambientale, il desiderio di costruire una relazione diretta con i produttori, la selezione di cibi freschi e di stagione, la ricerca di un prezzo equo sia per i produttori che per i consumatori (Saroldi, 2001) [1], i gruppi di acquisto solidale (GAS) nella Città Metropolitana di Torino si sono poi strutturati in diverso modo.

Gas

Le dimensioni sono variabili, da un gruppo di poche famiglie di amici, vicini, colleghi ad aggregazioni costituite da oltre un centinaio di famiglie. Variano anche le forme costitutive con vari gradi di riconoscimento dall’informale al formale e le modalità di gestione/organizzazione interna sempre e comunque basare sul principio della collaborazione in forma volontaria (Novelli, Corsi, 2016) [2].

Il fenomeno ha iniziato ad affermarsi nella città metropolitana verso la fine degli anni 90, in coerenza con quanto avvenuto nel contesto nazionale, a partire piccoli gruppi che tendenzialmente già condividevano alcuni interessi e provenienti dal mondo dell’associazionismo cattolico, studentesco, sportivo, dai circuiti del commercio equo-solidale, dalle organizzazioni operanti nell’ambito della finanza etica e della cooperazione internazionale (Dansero et al., 2016) [3]. L’ampliamento, così come la selezione dei produttori funziona principalmente tramite il “passaparola”.

L’organizzazione spesso informale dei GAS e il loro tasso rende tuttavia difficile avere una quantificazione puntuale del fenomeno. Incrociando i dati provenienti da un primo censimento di tali attività effettuato nel corso del progetto di ricerca AFNIA [4] e da un lavoro di mappatura condotto dagli studenti di Scienze Gastronomiche [5], i GAS presenti sul territorio sono 121  se si considerano Torino e Provincia.
73 di essi hanno sede a Torino, 21 nei comuni della prima cintura e 12 in quelli della seconda cintura. I GAS rimanenti si concentrano intorno ai centri urbani di Ivrea e Pinerolo e in Val Susa, Pellice e Germanasca.

Spesso i gruppi presenti all’interno di una stessa città o in zone limitrofe si mettono in rete con lo scopo di scambiarsi informazioni sui produttori, fare ordini collettivi come nel caso di prodotti come olio e arance provenienti da regioni italiane più distanti, promuovere iniziative sociali. Nella città di Torino Metropolitana sono attualmente presenti tre coordinamenti: Gas Torino,  SanSalvaGas e la Rete Economia Solidale To-Ovest (RES.TO).


[1] Saroldi A. (2001), Gruppi di acquisto solidali. Guida al consumo locale. Bologna, Edizioni Emi.

[2] Novelli S., Corsi A., (2016), Il valore economico del lavoro volontario nei Gruppi di Acquisto Solidale, Agriregionieuropa, 12, 46
https://agriregionieuropa.univpm.it/it/content/article/31/46/il-valore-economico-del-lavoro-volontario-nei-gruppi-di-acquisto-solidale

[3] Dansero E., Pettenati G., Toldo A. (2016), Si proche et pourtant si loin. Etudier et construire la proximité alimentaire à Turin, in Mundler P. e Rouchier J. (a cura di), Alimentation et proximité: jeux d’acteurs et territoires, Digione, Educagri, pp. 307-322.

[4] Alternative Food Network: an interdisciplinar assessment. Il progetto, realizzato dal 2014 al 2016 ha analizzato gli Alternative Food Network attraverso 4 diverse prospettive disciplinari: economica, ambientale, sociale e territoriale, coinvolgendo il Dipartimento di Economia Cognetti de Martiis, il Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari, Il Dipartimento Culture, Politica e Società dell’Università degli Studi di Torino.

[5] Il lavoro di mappatura dei GAS è stato effettuato all’interno dell’esercitazione del Corso in Systemic Food Design del Prof. Fassio. F., Corso di Laura Magistrale in Promozione e Gestione del Patrimonio Gastronomico e Turistico, Unisg.

Atlante del Cibo 2020. Ripensare il sistema alimentare: ritorno al futuro

4 incontri online 30 giugno-2 luglio

In questi mesi di emergenza il sistema del cibo, nelle sue molteplici dimensioni – dalla produzione alla trasformazione, dall’approvvigionamento al consumo – è stato allo stesso tempo oggetto e soggetto del cambiamento. Da un lato, ha certamente subito le misure di contenimento della pandemia di COVID 19; dall’altro, tuttavia, è forse uno degli ambiti che più rapidamente ha saputo riorganizzarsi per reagire alla crisi. Lo ha fatto in modi diversi, talvolta opposti, dall’alto e dal basso; sperimentando soluzioni innovative, ma anche rispolverando saperi, abitudini e pratiche tradizionali; combinando forme diverse di solidarietà, di lavoro e di socialità. In questo quadro, l’emergenza che abbiamo vissuto, e che ancora stiamo vivendo, ha costretto il sistema alimentare a trasformarsi repentinamente, in ragione di criticità e opportunità vecchie e nuove.

In questo ciclo di incontri, che prende il posto della tradizionale presentazione del rapporto annuale dell’Atlante, ci confrontiamo con alcuni attori del territorio per provare a ripensare il sistema del cibo, alla luce dell’emergenza che ne ha evidenziato la fragilità, ma anche la resistenza e la resilienza. L’obiettivo sarà dunque capire, insieme, come affrontare crisi che dureranno nel tempo e, contemporaneamente, valorizzare innovazioni, nuove relazioni e reazioni temporanee e strutturali.

A breve vi forniremo indicazioni più precise su chi, dove e come!