Da Dakar a Torino: RACINeS e una settimana di cibo e cooperazione

Ci sono modi di leggere un sistema alimentare che non passano dai grafici: passano dai posti dove il cibo si compra, si vende, si scarta, si trasforma. È il taglio scelto per accogliere a Torino la delegazione senegalese di RACINeS, il progetto che accompagna sette comunità locali del Senegal nella costruzione di nuove politiche alimentari.

Si è partiti dall’ingrosso. Al CAAT, il Centro Agroalimentare di Torino, la delegazione ha visto la filiera ortofrutticola da dietro le quinte, incontrando i responsabili del sito per capire come funzionano approvvigionamento e vendite e che impatto hanno sul territorio. Poi Porta Palazzo, il mercato che di quella filiera è la vetrina, insieme al mercato dei produttori, e il pranzo leggero nella sede di Eco dalle Città. Stesso cibo, due modi di venderlo: messi uno accanto all’altro si capiscono meglio. Insieme, alcuni momenti di riflessione e approfondimento al Campus Luigi Einaudi per approfondire i temi piu importanti delle food policies.

Mercoledì 23 la delegazione si è divisa e il Piemonte si è aperto a ventaglio. Ad Asti si sono celebrati i vent’anni di cooperazione con Coubalan, tra il mercato di Campagna Amica, aziende agricole e un mulino con produzione di pasta. A Santena e Carmagnola, tra scuole, centro di raccolta differenziata e siti di stoccaggio degli scarti agricoli e urbani, il cibo è stato guardato dalla fine della filiera. A Poirino è stato firmato il gemellaggio con Kafountine, tra un progetto di riciclo della plastica, uno stagno di tinche e un aperitivo italo-senegalese. A Nichelino, alla Festa di San Matteo, sono arrivati il miele di “Nichelino Fertile” e una cena preparata da una cuoca senegalese. Sul Lago d’Orta, a Orta San Giulio, c’è stata la visita per la delegazione di Walaldé.

Poi Terra Madre, dove tra giovedì e sabato il Senegal ha preso la parola: i trent’anni di cooperazione tra Piemonte e Senegal, la tavola rotonda sui sistemi alimentari locali e, infine, la cucina, con miglio, patata dolce e moringa nello show cooking di Bintou Ndiaye e Mariama Fatty. In mezzo, venerdì sera a Rivalta di Torino, nel chiostro di un ex monastero, il lancio del progetto di cooperazione decentrata con Loul Sessène: testimonianze di giovani italiani e senegalesi, biblioteca vivente, cena e percussioni.

Per chi si occupa di geografie del cibo il filo è questo: un sistema alimentare si capisce attraversandolo, dal mercato all’ingrosso al chiostro di un monastero.

Sovescio Fest: una giornata tra suolo, salute e politiche del cibo, con la ricerca UniTo sul palco

Il nome scelto per il festival non è casuale: il sovescio è la pratica agronomica che arricchisce la terra interrando colture di copertura invece di raccoglierle, un gesto che antepone la cura del suolo al raccolto immediato. È la stessa logica che attraversa l’intera giornata dell’evento, che si apre all’alba con un trekking nell’Oasi LIPU e si chiude a tarda sera con musica dal vivo.

La mattina ha alternato corpo e conoscenza: agroyoga all’aperto, una breathwalk meditativa guidata da Seva Kaur, e due appuntamenti che uniscono ricerca e pratica agricola — “Suolo Vivo” con Pietro Autorino, e “Sulle tracce degli impollinatori”, laboratorio di Scienza Radicata con Sebastiano Favarin, Maria Rosaria Tucci e Giovanni Cocco.

Nel primo pomeriggio il festival si è fatto più esplicitamente politico con “Bioindigestione – Salute e ingiustizia ambientale”, panel che ha messo a confronto Gianmauro Barchiesi, presidente del Comitato Ambiente Futuro, e Maria Teresa Cipollone, vicepresidente del Comitato Valle Galeria Libera. Il tema non è astratto: la Valle Galeria, segnata dalla storica discarica di Malagrotta, è un caso concreto di cosa significhi ingiustizia ambientale in un territorio agricolo. Segue il dialogo “Relazione Agricoltura-Salute”, con IppocrateOrg, La Gallina Selvatica ed Earth Day Italia, che prova a ricucire il legame tra ciò che coltiviamo e ciò che curiamo nel corpo.

Dopo laboratori pratici come il compostaggio domestico (Comitato Malagrotta) e il “Parlamento multispecie” del Climate Pride — un esercizio che prova a includere nella rappresentanza politica anche soggetti non umani — è arrivato il momento più denso della giornata dal punto di vista della ricerca: il panel “PROSPETTIVE: Politiche territoriali del cibo e decrescita”.

A prendere la parola è stato Karl Krähmer, ricercatore dell’Università di Torino e del nostro progetto Atlante del Cibo, che lavora sulle politiche locali del cibo lette attraverso la lente della decrescita: un campo di studi che parte da una constatazione scomoda, cioè che la crisi ecologica in corso non riguarda solo le emissioni o la biodiversità, ma il modello di crescita economica su cui si fondano gran parte delle politiche alimentari contemporanee. Applicare questa lente al cibo significa chiedersi non solo cosa mangiamo, ma come è organizzato — su quale scala, con quale distribuzione del potere — il sistema che porta il cibo nei nostri piatti.

Al suo fianco, Davide Marino dell’Università degli Studi del Molise e Fiamma Ferzetti della cooperativa Coraggio, realtà che nel territorio traduce concretamente pratiche di economia rigenerativa. Moderatrice è stata Emma Marzi del collettivo Numega.

Il valore di questo confronto per chi segue le politiche del cibo dal punto di vista della ricerca applicata — lo sguardo che anima anche l’Atlante del Cibo — sta nell’incontro tra due piani che raramente dialogano: l’accademia, con la sua capacità di leggere in modo sistemico le dinamiche di governance alimentare, e le pratiche territoriali che nella Valle Galeria affrontano ogni giorno le conseguenze di decenni di scelte industriali non sempre lungimiranti.

La giornata si è chiusa con “Eco-timbri e stampe” di ASFOrmers, la cena a La Locanda dei Girasoli e due momenti musicali — “Ci eri tre sorelle” di Voci Arkaike e “Musica migrante” dell’Orchestra Mütante Mysticanza — mentre restano visitabili per tutto il giorno le mostre fotografiche su Palestina, Libano e specie in via d’estinzione, oltre allo spazio Dono e alla raccolta fondi SOS Gaza. Una giornata che dimostra come la teoria della decrescita, portata sul palco da chi la studia a UniTo, possa intrecciarsi con musica, cibo condiviso e attivismo territoriale.

Da Torino a Tunisi: l’Atlante del Cibo al Consortium Meeting di AfriFOODlinks

Dal 21 al 25 settembre 2026, Dar Lasram, storico palazzo nel cuore della Medina di Tunisi, ha ospitato il Consortium Meeting conclusivo di AfriFOODlinks, il progetto finanziato dall’Unione Europea e coordinato da ICLEI Africa che da quattro anni lavora sulla trasformazione dei sistemi alimentari urbani nel continente africano. Tra i partecipanti, anche Karl Krähmer, ricercatore dell’Università di Torino, in rappresentanza dell’Atlante del Cibo di Torino Metropolitana.

La settimana è stata organizzata in tre momenti distinti. Lunedì e martedì il consorzio si è riunito a porte chiuse per un bilancio dei quattro anni di lavoro: una “reflective journey” attraverso i venti Work Package del progetto e le venti città africane coinvolte, seguita da una riflessione sul processo e sul ruolo futuro del network nelle politiche alimentari urbane del continente.

Mercoledì 23 il meeting si è aperto verso l’esterno con il Summit Open Day: benvenuto ufficiale delle autorità tunisine e dell’Università di Tunisi El Manar, interventi della FAO, di rappresentanti cittadini e della Commissione Europea, e una tavola rotonda su AfriFOODlinks come punto di riferimento per la trasformazione dei sistemi alimentari urbani in Africa — dalla conoscenza condivisa tra città alla governance decentrata del cibo. La giornata si è conclusa con una visita sul campo tra i panifici della Medina, per osservare da vicino un progetto pilota di riformulazione del pane, prima di una serata di musica e convivialità.

Il cuore analitico dell’incontro si è però concentrato in giovedì 24 e venerdì 25, dedicati alla Learning Conference. Due giorni pensati non per celebrare soltanto i risultati raggiunti, ma per interrogarsi su come si costruisce conoscenza sui sistemi alimentari quando la ricerca nasce e si sviluppa direttamente in Africa, invece che essere importata da istituzioni esterne al continente — un principio che il progetto rivendica esplicitamente fin dalla sua proposta originaria. Tra i temi discussi nei panel e nei gruppi di lavoro: il rapporto tra giovani e cibo, le pratiche di co-progettazione, l’integrazione del cibo nella pianificazione urbana, l’innovazione nei sistemi alimentari e, nella giornata conclusiva, le lezioni apprese sul piano delle politiche pubbliche.

È proprio su questo terreno — le politiche del cibo come oggetto di ricerca applicata e di governance territoriale — che il lavoro dell’Atlante del Cibo trova un naturale punto di incontro con AfriFOODlinks. Se a Torino l’Atlante ha costruito negli anni un metodo per analizzare, mappare e orientare le politiche alimentari metropolitane, a Tunisi lo stesso tipo di domande viene posto su scala continentale, moltiplicato per venti contesti urbani diversi: chi decide cosa mangiamo, con quali strumenti si costruisce conoscenza condivisa, e come si passa dalla ricerca all’azione politica.

La partecipazione di Karl Krähmer al meeting si inserisce in questo scambio: un’occasione per portare a Tunisi l’esperienza torinese sulle politiche locali del cibo, e per riportare a Torino uno sguardo su come le stesse domande vengano affrontate in contesti urbani africani, spesso con soluzioni più innovative di quanto la letteratura accademica del Nord globale sia disposta a riconoscere. Un rapporto, quello con il progetto Afrifoodlinks che si rinnova a promuove anche a seguito del report prodotto da Karl proprio partire dagli input di progetto e che potete trovare qui (nella versione in inglese: https://www.atlantedelcibo.it/torino/afrifoodlinks-il-sistema-del-cibo-di-torino-tra-locale-e-globale/

Germonte 7: Comunità del Cibo e della biodiversità in Valchiusella

Il progetto Germonte7 nasce con l’intento di studiare l’individuazione e l’istituzione delle comunità del cibo.
Il gruppo di lavoro dell’Atlante del Cibo di Torino Metropolitana facente parte del Dipartimento Culture, politica e società (CPS) dell’Università di Torino si occuperà nello specifico:

  • attività legate all’inquadramento socio-territoriale della Valchiusella;
  • analisi del sistema del cibo della Val Chiusella e mappa analisi attori e progettualità;
  • ricostruzione dei discorsi sulle erbe e sulle culture tradizionali del cibo; comunità del cibo: strumento, esperienze, potenzialità (e rapporto con altri strumenti e raccordo con politiche locali del cibo);
  • interventi nelle scuole su comunità e politiche locali del cibo.

Il progetto si svolge con il coordinamento del DISAFA (Dipartiemnto di scienze agrarie, forestali e alimentari di UniTo) e la collaborazione dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e dell’Associazione Club Amici della Valchiusella.

Comunità del Cibo in Valchiusella: il progetto Germonte 7

Nel contesto vallivo torinese, come Atlante del Cibo di Torino Metropolitana c stiamo interessando ad una valle in particolare: la Valchiusella. L’area è stata scelta per implementare il progetto Germonte 7 con l’obiettivo di istituire “una Comunità del cibo e della biodiversità agricola e alimentare, come modello replicabile in altre aree piemontesi. L’obiettivo è tutelare e valorizzare le risorse genetiche locali, vegetali e animali, promuovendo pratiche agricole sostenibili e turismo responsabile”.

Il progetto prevede il coinvolgimento dell’Università di Torino nei dipartimenti di scienze agrarie, forestali e alimentari, nonché di quello di Culture, politica e società; dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (Dipartimento di agroecologia) e del Club Amici della Valchiusella.

Nell’evento di lancio tenutosi il 25 novembre ad Alice Superiore – Val di Chy sono stati illustrati da parte del paternariato, i motivi, le opportunità e le possibili ricadute territoriali che possono avere un impatto da questo progetto sulla Valchiusella. È stata, infatti, contestualizzata la zona d’intervento dove vi è la presenza di estensiva e sostenibile che non produce solo cibo: è un presidio del territorio, una cura quotidiana del paesaggio. Inoltre Le praterie permanenti sono il cuore pulsante della valle danno vita a produzioni animali tipiche, custodiscono erbe spontanee preziose e mantengono l’equilibrio tra campi, pascoli e bosco.E non solo: la Valchiusella è ricca di altre produzioni agricole e supportata da studi e conoscenze consolidate.

Un contesto ottimale per creare una Comunità del cibo intesa come ambito territoriale per tutelare e valorizzare la biodiversità agricola e alimentare. Questa promuove pratiche tradizionali, filiere locali sostenibili e una cultura del cibo legata al territorio. Oltre a sostenere risorse genetiche locali e il lavoro di agricoltori e allevatori custodi.

L’obiettivo del progetto si fonda su una serie di attività tra cui lefinizione di un percorso per l’eventuale istituzione delle Comunità del cibo, con caso studio in Valchiusella, il censimento delle realtà piemontesi potenzialmente idonee e lo sviluppo e aggiornamento del sito dedicato all’agrobiodiversità, con una sezione sulle Comunità del cibo e azioni di promozione della Comunità ipotizzata. Si organizzazerà poi per la Giornata nazionale della biodiversità 2026 due eventi tra Pollenzo e la Valchiusella e si attiveranno di iniziative educative nelle scuole previste dalla legge 194/2015.

Una progettualità importante per Atlante del Cibo di Torino Metropolitana che continua l’analisi e la sistematizzazione di sistemi locali del cibo valicando l’area urbana di Torino e addentrandosi nel suo territorio metropolitano come già fatto con il progetto Agritech.

AFNIA – Alternative Food Networks: an Interdisciplinary Assessment

Nel dibattito internazionale relativo ai food studies, si indicano come Alternative Food Networks (AFN) le reti agroalimentari alternative alla filiera convenzionale del cibo, strutturata a partire dalle esigenze della produzione agroindustriale e della grande distribuzione organizzata.

Queste reti alternative assumono forme e significati molto diversi a seconda dei contesti territoriali, culturali ed economici nei quali prendono forma. Tuttavia vengono solitamente identificate come AFN quelle pratiche caratterizzate da una prossimità fisica, organizzativa o valoriale tra produttori e consumatori. Appartengono quindi a questa categoria i farmers’ market, i gruppi di acquisto solidale, la vendita diretta nelle aziende agricole, i food hub, ma anche le filiere lunghe del commercio equo e solidale.

La ricerca AFNIA 2014/2016 ha indagato la diffusione e le caratteristiche delle Alternative Food Networks in Piemonte, con un approccio di ricerca fortemente interdisciplinare, che ha messo in relazione e ambisce ad integrare quattro prospettive differenti:

  • economica attraverso la quale sono state approfondite le determinanti della scelta dei produttori di vendere i propri prodotti attraverso gli AFN, la sostenibilità economica delle reti alternative e le motivazioni non economiche della preferenza di una parte dei consumatori per questo tipo di modalità di acquisto di cibo;
  • sociologica attraverso la quale si è decostruito il concetto di qualità del cibo diffuso attraverso gli AFN, approfondendo in particolare il modo in cui la definizione che i consumatori danno di qualità influenza le pratiche di produzione e distribuzione nelle reti alternative, con un riferimento specifico ai prodotti ortofrutticoli e alla carne;
  • ambientale-agronomica attraverso la quale è stato valutato l’effettivo impatto ambientale dell’intera filiera delle reti alternative, dalla produzione all’acquisto da parte dei consumatori finali, effettuando una comparazione con le pratiche convenzionali;
  • territoriale-geografica che ha mappato, da un punto di vista spaziale e relazionale, le reti agroalimentari alternative in Piemonte, approfondendo il loro possibile ruolo verso una ri-territorializzazione del sistema del cibo e nuove relazioni di prossimità tra aree urbane e aree rurali produttive.

La ricerca è stata condotta da un gruppo di lavoro interdisciplinare dell’Università di Torino, che coinvolge i seguenti dipartimenti: CPS – Culture, Politica e Società (geografi e sociologi); Economia “Cognetti De Martiis” (economisti), DISAFA – Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari (agronomi).

Il territorio oggetto della ricerca era l’intera regione Piemonte, con un focus particolare sulla città metropolitana di Torino ed il suo sistema territoriale del cibo.

Contatti

Prof. Alessandro Corsi, alessandro.corsi@unito.it, coordinatore della ricerca

Credits: Rachel Black , 2009 – Flickr

Secondo Rapporto E-book 2018

Il gruppo di ricerca dell’Atlante del Cibo di Torino Metropolitana è lieto di presentarvi il Secondo Rapporto 2018. Questo vvia alcuni approfondimenti “verticali”, di natura tematica (con l’indagine sulle pratiche di contrasto alla povertà e allo spreco alimentare a Torino) e territoriale (con l’analisi del sistema del cibo del Chierese), e prosegue la dimensione di analisi “orizzontale” (attraverso le schede, che affrontano in maniera sintetica ed efficace alcune questioni puntuali) inaugurata con il primo rapporto.

Si può scaricare gratuitamente l’e-book del secondo rapporto, pubblicato con la casa editrice Celid nella collana “Atlante del Cibo di Torino Metropolitana”.

PAC e agricoltura metropolitana: nuove opportunità per rafforzare i servizi ecosistemici

L’agricoltura (professionale e familiare) praticata in aree metropolitane (urbane e periurbane) ha suscitato, soprattutto nell’ultimo decennio, un crescente interesse non solo a livello istituzionale, ma anche da parte degli stessi agricoltori e cittadini. Spinta da nuovi stili di vita e di consumo, l’agricoltura praticata in città è molto diversa da quella “marginale” del dopoguerra o da quella per l’autosostentamento e l’integrazione al reddito degli anni ’70-80. Oggi l’agricoltura metropolitana è un fenomeno molto più complesso che coinvolge attori, luoghi ed economie agricole eterogenee, che concorrono a soddisfare le nuove esigenze ambientali, economiche e sociali del mercato urbano. È indubbio inoltre il contributo che l’agricoltura può garantire al genere umano in termini di fornitura di servizi ecosistemici (ambientali, culturali, approvvigionamento di cibo, ecc.), così come l’importanza che tale attività riveste nella gestione del paesaggio e nel presidio del territorio.
Nel contempo, la scarsa efficacia della Politica Agricola Comune (PAC) e, in particolare, dei Programmi di Sviluppo Rurale (PSR) nelle zone urbane e periurbane, rimarcata anche dalle più recenti esperienze di ricerca[2], ha fortemente compromesso il mantenimento e lo sviluppo dell’agricoltura in tali aree. Il sostegno delle zone rurali, la mancanza di criteri e priorità territoriali coerenti con le finalità paesaggistiche e territoriali regionali, così come la scarsa integrazione con le altre politiche settoriali, hanno dunque contribuito al rafforzamento di una distribuzione de-territorializzata del sostegno, anche in Piemonte. Gestire lo spazio agricolo metropolitano, così come favorire e sostenere l’agricoltura nelle aree urbane e periurbane, risulta dunque ormai una questione impellente. La PAC, e soprattutto i PSR, come importanti leve economiche, sono strumenti a disposizione del decisore per concretizzare strategie coordinate e rispondere alle nuove sfide globali. In tale direzione è orientata anche una delle più recenti proposte[3] per l’area metropolitana di Torino (AMT) che ha lo scopo di coniugare strumenti di supporto alle decisioni territoriali, vale a dire un set di indicatori map-based, con un pacchetto di misure site-specific per le aree metropolitane, al fine di attuare strategie già individuate dai piani di natura urbanistica mediante risorse provenienti dai fondi SIE. Si tratta di uno strumento meta-progettuale che ha lo scopo di valutare i servizi ecosistemici nell’interfaccia urbano-rurale e definire le categorie d’intervento, così come stabilire priorità territoriali e aree eleggibili per l’applicazione di misure agro-urbane. È dunque su tali aree che dovrebbe concretizzarsi maggiormente l’intervento pubblico del PSR sostenendo, da un lato, l’agricoltura professionale (conversione in agricoltura biologica, creazione di punti vendita diretta, interventi di forestazione urbana, indennità compensativa per le fattorie ambientali, ecc.) e, dall’altro, quella familiare e/o sociale (sostegno per la riconversione agricola di aree dismesse tramite colture fuori suolo, realizzazione di orti familiari, fattorie terapeutiche e didattiche, formazione e istituzionalizzazione di parchi agricoli, ecc.).

Scheda a cura di Gottero E., Ricercatore presso IRES Piemonte e Collaboratore didattico in Pianificazione territoriale e paesaggistica presso Dipartimento Interateneo di Scienze, Progetto e Politiche del Territorio (DIST) – Politecnico di Torino.

[2] Gottero E. (2016), Agricoltura Metropolitana. Politiche, pratiche e opportunità per l’innovazione territoriale nel torinese, IRES Piemonte, Torino; Lohrberg F., Licka  L., Scazzosi L., Timpe A. (2016), (eds.) Urban Agriculture Europe, Berlin,  Jovis Verlag.

[3] Si tratta di una ricerca condotta da Enrico Gottero nell’ambito del progetto “Urban agriculture innovating Torino metropolitan area. Tools for governance and planning of a complex system”, borsa di ricerca applicata Lagrange 2015, finanziata dalla Fondazione CRT, Fondazione ISI e IRES Piemonte, con la supervisione scientifica del dott. Stefano Aimone (IRES) e della prof.ssa Claudia Cassatella (Politecnico di Torino – DIST).

LE PRIORITÀ TERRITORIALI NELL’AMT NELL’OTTICA DI UNO SCENARIO DI SVILUPPO AGRO-URBANO, DEFINITE ATTRAVERSO IL SISTEMA DI VALUTAZIONE DEI SERVIZI ECOSISTEMICI ESSENZIALI PRESENTI NELL’INTERFACCIA URBANO-RURALE.

La Grande Distribuzione Organizzata

La grande distribuzione organizzata[1] (che la statistica articola in specializzata e non specializzata) è composta, per quanto concerne il settore alimentare, da ipermercati, supermercati e minimercati. Le stesse categorie possono essere ulteriormente articolate a seconda della superficie di vendita (piccola, media, grande).
Al 2015 nel territorio metropolitano sono presenti 29 ipermercati (di cui 13 concentrati nel capoluogo torinese[2]) per una superficie complessiva di 200.252 mq, di cui il 52% (104.485 mq) destinata all’alimentare; 366 supermercati, di cui il 44% (161) concentrati nel capoluogo torinese e 244 minimercati alimentari di cui il 54% (133) concentrati a Torino. Le serie storiche individuate – articolate per numero di unità, superficie e addetti – consentono di cogliere le dinamiche della grande distribuzione negli ultimi quindici anni, compresi due momenti intermedi al 2006 e al 2011, prima e dopo la crisi economica finanziaria.
Il numero degli ipermercati sul territorio metropolitano cresce, tra il 2001 e il 2015, passando da 21 a 29 e raddoppiando la superficie di vendita. Si tratta di un trend positivo (con una leggera flessione tra il 2011 e il 2015) ma certamente contenuto rispetto a quello che segna il territorio regionale. Negli stessi anni, infatti, il dato analogo alla scala piemontese mostra una crescita molto più marcata nelle altre province, con valori che passano da 43 a 84 unità e una superficie di vendita alimentare più che raddoppiata. Ma sono soprattutto le altre due categorie, i supermercati alimentari e i minimercati che fanno registrare l’incremento maggiore, in particolare nell’intervallo di tempo tra il 2001 e il 2006 per i primi (da 68 a 161 a Torino, da 161 a 366 in Città Metropolitana e da 436 a 805 a livello regionale) e tra il 2006[3] e il 2011 per i secondi (da 54 a 133 a Torino, da 98 a ben 244 in Città Metropolitana e da 312 a 402 in Piemonte). Coerentemente all’aumento delle strutture crescono anche gli addetti, che sono prevalentemente donne[4]. Un affondo sulla localizzazione delle strutture commerciali articolate per superficie sul territorio comunale evidenzia l’elevata concentrazione delle grandi superfici in corrispondenza delle principali trasformazioni urbanistiche, in particolare della Spina 3. A questo quadro si aggiungono i progetti di nuove realtà commerciali che andranno ad incrementare la già cospicua dotazione sia locale, sia metropolitana, soprattutto in termini di grandi superfici, ma anche di piccoli esercizi. Al di là di questioni legate all’evidente sovrapposizione dei bacini di utenza di queste strutture, riteniamo opportuno stimolare una riflessione (che rappresenta a tutti gli effetti un primo grande tema di un’eventuale politica urbana del cibo), sulle ricadute in termini di sostenibilità – economico, sociale e ambientale – di scelte politico-economiche legate al binomio superficie commerciale-oneri di urbanizzazione.

 

[1] Le elaborazioni fornite in questa scheda derivano principalmente dal supporto statistico fornito dall’Osservatorio Nazionale del Commercio, consultabile al sito http://osservatoriocommercio.sviluppoeconomico.gov.it/indice_grande_distribuzione.htm

[2] Dato aggiornato al 2016. Fonte: AperTo.

[3] Il cui dato, al 2001, non è disponibile.

[4] Per un approfondimento sul tema all’interno di un discorso più ampio sul commercio si veda Assessorato alle Attività Produttive della Regione Piemonte (2016), Report sul commercio in Piemonte 2015, Regione Piemonte. Scaricabile all’indirizzo http://www.regione.piemonte.it/commercio/ossCommercio.htm

Distributori di latte crudo alla spina

“Il settore della zootecnia da latte in Piemonte è caratterizzato dalla presenza di circa 165.000 vacche che producono circa 840.000 t/anno di latte In questi ultimi anni, oltre ai formaggi è aumentato l’interesse verso il latte alimentare per il consumo diretto, sia da parte dei consumatori, sia da parte dei produttori” (Lombardi, Peira, Cortese, 2016). In particolare sono cresciuti la commercializzazione e il consumo di latte crudo attraverso i distributori automatici, registrati e controllati dalle Aziende sanitarie locali, le cosiddette “casette del latte”. Con il termine “latte crudo” l’Unione Europea intende il latte prodotto mediante secrezione della ghiandola mammaria di animali di allevamento non riscaldato a più di 40ºC e non sottoposto ad alcun trattamento avente un effetto equivalente.
La possibilità di commercializzare latte crudo viene introdotta con il Regolamento (CE) n. 853/2004 del 29 aprile 2004, che stabilisce norme specifiche in materia di igiene per gli alimenti di origine animale. In Italia, la vendita diretta in azienda e l’utilizzo dei distributori automatici sono consentiti a partire dal 2004, con il Decreto Legge n. 157 del 24 giugno 2004. Dal censimento nazionale effettuato nel 2013 risultano registrate ai sensi del Reg. (CE) 852/2004 presso le aziende Sanitarie Locali (ASL) 1.742 strutture dedicate alla vendita del latte crudo, di cui 626 allevamenti e 1.066 distributori automatici. Gli stessi dati riferiti al Piemonte indicano, al 2013, 129 distributori, con un calo del 32% rispetto ai valori del 2010.
I dati utilizzati per costruire la carta qui sotto, relativi alla Città Metropolitana al 2016, sono invece ottenuti attraverso l’aggregazione di più fonti. Nello specifico sono state utilizzate le informazioni fornite direttamente da Coldiretti, sui distributori riforniti da aziende agricole associate, integrate con le segnalazioni presenti sul sito www.milìkmpas.com, che presenta una mappatura dal basso dei distributori di latte alla spina in Italia.
I sostenitori di questo fenomeno sottolineano soprattutto l’impatto positivo in termini di riduzione dei rifiuti (ai distributori si va con le proprie bottiglie, evidentemente riutilizzabili) e le caratteristiche nutrizionali e organolettiche del latte crudo. In termini di sicurezza alimentare, va tuttavia ricordato come – a partire da dicembre 2008, con l’emanazione di un’apposita ordinanza del Ministero della Salute e successivamente previsto dal Decreto legge n. 158 del 13/09/2012 – i distributori automatici devono riportare l’indicazione del consumo previa bollitura; in caso di cessione diretta, invece, è il produttore che deve obbligatoriamente informare il consumatore su tale modalità di consumo.

 LOCALIZZAZIONE DEI DISTRIBUTORI DI LATTE CRUDO NELLA CITTÀ METROPOLITANA (FONTE: COLDIRETTI E WWW.MILKMAPS.COM)