Documentario GOLA: cibo, cinema e televisione

Il documentario GOLA mostra come cinema e televisione abbiano raccontato, e in parte inventato, la cultura gastronomica italiana tra il 1954 e il 1990. Lo abbiamo visto martedì 13 ottobre 2026 al Martedì del Cibo n. 20, e la discussione con chi l’ha realizzato ha aggiunto molto a quanto scorre sullo schermo.

GOLA è anche il nome di un progetto di ricerca PRIN PNRR, guidato da Gabriele Rigola (Università di Genova) e, per l’unità di Torino, da Giulia Muggeo. Il titolo completo, Representation of Gastronomic Culture, Nutrition and Food in the Italian Media System, dice già l’ambizione: capire come i media hanno rappresentato il cibo e che cosa hanno fatto alla nostra idea di tavola. Il documentario è l’esito divulgativo di quel lavoro ed è pensato anche per scuole e università.

In sala hanno parlato Giulia Carluccio, docente dell’Università di Torino che ha partecipato alle ricerche, il regista Bruno Ugioli e Gabriele Rigola.

Indice

  1. Documentario GOLA: cinema e televisione, due media con ruoli diversi
  2. Come è stato fatto il documentario GOLA: viaggio, archivi e montaggio
  3. Tradizione: il cibo come racconto
  4. Cosa è rimasto fuori dal documentario GOLA (e perché)
  5. Dove approfondire il documentario GOLA

Documentario GOLA: cinema e televisione, due media con ruoli diversi

Il film mette a fuoco la dialettica che lo regge. Nel Novecento centrale la televisione di servizio pubblico, la cosiddetta paleotelevisione, svolge una funzione pedagogica: intrattiene insegnando e costruisce un’identità, anche quando quell’identità è complessa e problematica. Pensa al Viaggio nella valle del Po di Mario Soldati.

Il cinema fa un altro mestiere. Il neorealismo e il cinema che lo segue costruiscono un’immagine sociale e la usano come denuncia. La commedia all’italiana passa tutto attraverso la lente deformante del comico e fa funzionare l’allegoria. Film come Il sorpasso mostrano il rovescio del boom economico ridendo, e dietro ci sono autori e sceneggiatori, intellettuali di sinistra, di grande finezza.

Il documentario GOLA funziona perché fa vedere come questo doppio ruolo cambia negli anni. Ai materiali d’archivio si aggiungono le voci di storiche e storici, antropologhe e antropologi, semiologhe e semiologi. Insieme restituiscono la complessità di un tema che per natura attraversa più discipline: il cibo non appartiene a una sola.

Torino ha un peso in questa storia di ricerca. L’ateneo è stato tra i primi in Italia a guardare ai media in modo sistematico, con uno sguardo sul popolare, fino ad avviare un insegnamento di storia del cinema popolare che prima non esisteva.

Come è stato fatto il documentario GOLA: viaggio, archivi e montaggio

Il regista Bruno Ugioli è stato coinvolto dopo un suo documentario precedente, uscito nel 2021, sulla storia delle sale cinematografiche di Torino. Ha raccontato di essere partito senza padroneggiare il tema e di essere diventato, strada facendo, il primo spettatore del film. Idee e competenze scientifiche arrivavano dal gruppo di ricerca. A lui toccava trasformarle in immagini.

Il nodo era trovare agganci visivi per un discorso molto astratto. La soluzione è stata il viaggio: il film attraversa l’Italia, anche sulla scia di Soldati, con riprese a Bologna, a Genova e in altre città, e lega le tradizioni culinarie al paesaggio che le ha prodotte.

A fare il resto sono stati gli archivi. In sala sono stati citati gli home movies, film di famiglia anonimi che sono il filo rosso del documentario, un racconto collettivo senza nome. Poi l’archivio del cinema d’impresa di Ivrea, con le immagini della mensa operaia, le pubblicità (compresa quella della carne congelata), i materiali Rai usati su personaggi chiave come Soldati e le riprese delle Feste dell’Unità e degli Autogrill. Alcune sono state messe a confronto con le immagini di oggi, e l’epoca ne esce più affascinante del presente.

Il montaggio ha deciso il resto. Esisteva una scaletta, ma il film ha trovato la sua forma tagliando, come accade spesso nei documentari. Hanno pesato anche i diritti: le immagini di film e telegiornali si gestiscono con regole molto restrittive, e senza un budget adeguato alcuni film della commedia all’italiana non si potevano mostrare.

Un dettaglio del finale merita attenzione. Nelle ultime scene le scritte perdono la qualifica professionale di chi parla. Studiose, studiosi, chef e intervistate e intervistati diventano persone che raccontano il proprio cibo della memoria. Una scelta che rende il discorso più amichevole e fonde l’aspetto biografico con quello collettivo.

Tradizione: il cibo come racconto

Dal pubblico è arrivata la domanda sull’invenzione della tradizione. La risposta è stata che la nozione è ormai un po’ datata, ma resta utile in aula perché mostra come funziona il racconto gastronomico. Una tradizione esiste, se la intendi come l’insieme dei piatti legati alla storia di un luogo. Il problema nasce quando qualcuno stabilisce come devono essere fatti quei piatti.

La carbonara, citata in sala, lo mostra bene. Se confronti le ricette di epoche diverse vedi un testo che si riscrive di continuo, con strati che si sovrappongono. La semiologa Simona Stano, che compare nel film, parla di una traduzione incessante dei testi legati al cibo.

E ancora, la rucola, quando in Piemonte era quasi introvabile e si mangiava a Roma e nel Centro Italia, aveva una desiderabilità che poi ha perso, quando è finita in ogni insalata. Lo stesso è successo con penne, panna e salmone, e con le porzioni minuscole della nouvelle cuisine. I menu della Cucina Italiana degli anni Cinquanta e Sessanta, ha aggiunto, erano pesantissimi.

Il regista ha offerto un’osservazione da chi attraversa le Langhe per lavoro. La narrazione sul vino si è fatta via via più sofisticata, e oggi il piatto più elitario è spesso un piatto della tradizione. È il passaggio dal popolare al raffinato, in tempi che il marketing domina.

Cosa è rimasto fuori dal documentario GOLA (e perché)

Il pubblico ha chiesto di più, e le risposte dicono molto del metodo. Sono emerse tre assenze.

La prima riguarda i ruoli di genere. Una domanda ha notato che a un certo punto entra con forza la figura della donna e il film si ferma. Il regista ha spiegato che un segmento sul tema, la donna come cuoca di casa e l’uomo come cuoco di ristorante, è rimasto a lungo nel montaggio ed è stato tolto per tempo, ritmo e mancanza di immagini. Il galateo, che Giulia Muggeo ha studiato a fondo, resta nel film come strumento che regola e educa, soprattutto le donne.

La seconda è la produzione. Una persona del pubblico ha ricordato l’aspetto agrotecnico, cioè quello che sta a monte del piatto. La risposta: la televisione racconta tardi la fase produttiva, e il progetto aveva una cronologia precisa.

La terza è la politica del cibo. Dal pubblico sono arrivati Slow Food, la politica agricola comune, lo scandalo del vino al metanolo e, fino a oggi, il Ministero della sovranità alimentare. I media li raccontano poco, hanno risposto, e servirebbero altre competenze sociologiche e politiche. Nicola Perullo, oggi rettore dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, è stato intervistato su questi temi, ma il suo contributo era difficile da far dialogare con il resto.

Il documentario non chiude il discorso, lo apre. Dietro c’è un progetto universitario con sette convegni e un libro in preparazione, e il regista lo considera adatto a serate come questa, dove si lanciano molti spunti per avviare un dibattito.

Dove approfondire il documentario GOLA

Per capire da dove nasce il film puoi leggere la scheda del progetto GOLA sul portale dell’Università di Torino, che indica obiettivi, periodo analizzato e partner. Il programma del convegno «che fai, mangi?», tenuto a Torino il 19 e 20 febbraio 2025, mostra invece quanto sia ampio il lavoro che sta dietro.

Il Martedì del Cibo è l’appuntamento con cui l’Atlante del Cibo di Torino Metropolitana porta la ricerca fuori dall’università e la mette in conversazione con chi ascolta. Se la serata ti ha incuriosito, seguici su Instagram con @atlantedelcibo_to e vieni al prossimo incontro: le domande migliori, come questa volta, arrivano dalla sala.

Agricoltura di montagna oltre la crescita: il dibattito a MontagneOltre

Domenica 4 ottobre, nell’ultima giornata di MontagneOltre, il festival organizzato a Ronco Canavese dalla Comunità Sassifraga, si è tenuto il dibattito OltreLaCrescita. La tavola rotonda, co-promossa dal Movimento per la Decrescita Felice, dal gruppo di ricerca dell’Atlante del Cibo di Torino Metropolitana e dal Collettivo Numega, si chiedeva: come cambiano i sistemi del cibo se l’agricoltura di montagna guarda oltre la crescita?

Hanno partecipato Karl Krähmer, co-presidente di MDF, che ha moderato; Giacomo Pettenati, geografo dell’Università del Piemonte Orientale; Lorenzo Barra della CSA Cresco di Melle.

Tre crisi che si intrecciano

Krähmer ha indicato tre nodi. La crisi economica e agricola della montagna, che affonda le radici nell’Ottocento e nell’industrializzazione. La crisi ecologica globale, a cui i sistemi agroalimentari contribuiscono con circa un terzo delle emissioni di gas serra, in parte per la produzione animale, che però in quota resta fondamentale. Infine la vulnerabilità della montagna agli effetti del clima, come la siccità degli ultimi anni.

Un territorio che non serviva alla crescita

Dagli interventi è emerso che un’economia orientata alla crescita ha concentrato le attività in pochi luoghi, e che la montagna non svolgeva funzioni essenziali. L’agricoltura che produce per i mercati esterni, come latte e cereali, è scomparsa o marginale, salvo dove esistono filiere molto forti. Con l’abbandono è tornato il bosco: in Italia le foreste coprono circa il 37% del territorio, espandendosi sui terreni lasciati liberi dall’agricoltura, con benefici ecologici non sempre scontati. L’abbandono, però, non è stato totale: sono rimaste comunità e sono arrivati nuovi abitanti, con relazioni ed economie diverse.

Valore riconosciuto, reddito no

Pettenati ha osservato che consumatori e consumatrici riconoscono sempre più il valore di un prodotto legato al territorio, ma produrre in montagna costa di più e quel riconoscimento non sempre diventa reddito. Servono quindi politiche pubbliche di sostegno, come quelle europee e svizzere citate nel dibattito, e cautela con le etichette di “prodotto tipico” usate solo per vendere meglio.

In montagna sopravvivono anche forme di gestione collettiva delle risorse, riconosciute dalla legge 168/2017 sui domini collettivi, e c’è chi prova a crearne di nuove, come il collettivo Montagna Libertaria.

La CSA, un patto con chi coltiva

Barra ha spiegato come funziona la CSA, la comunità che supporta l’agricoltura. Non c’è compravendita: chi mangia diventa socio o socia e condivide il rischio con chi produce. A inizio anno un’assemblea presenta il bilancio dell’azienda e i soci e le socie ne coprono insieme i costi, con una parte versata a marzo per sementi e piante. Così si riducono gli sprechi in campo. La quota è modulabile: chi può dà di più, chi non può dà meno, perché l’accesso al cibo non dipenda dal reddito.

Chi può permettersi il cibo locale?

Dal confronto è arrivata una domanda concreta: quante persone hanno tempo e denaro per cercare il prodotto locale? Nelle risposte ha pesato la cultura: siamo abituati a un cibo economico che non include il lavoro necessario a produrlo. L’accesso, poi, si costruisce con tempo e relazioni.

I media e le culture gastronomiche in Italia: la prima proiezione di “Gola” al XX Martedì del Cibo

Martedì 13 ottobre, dalle 16.30 alle 19.00, l’Auditorium Quazza di Palazzo Nuovo a Torino ospita il ventesimo appuntamento dei Martedì del Cibo, dedicata al rapporto tra media e culture gastronomiche nel nostro Paese. Al centro dell’incontro, la prima proiezione del documentario “Gola. Viaggio nelle culture del cibo attraverso i media”, seguita da un dibattito con studiose, studiosi e con il regista.

L’evento si inserisce all’interno dell’Atlante del Cibo e in sintonia con la Rete Italiana Politiche Locali del Cibo (Rete PLC), e rappresenta un’occasione per riflettere su come la rappresentazione mediatica del cibo abbia contribuito, nel corso dei decenni, a orientare consumi, immaginari e identità collettive.

La partecipazione è gratuita, con iscrizione obbligatoria: iscriviti qui.

Il documentario

Un viaggio attraverso la storia della cultura gastronomica italiana raccontata dai media: cinema, televisione, riviste, ricettari, pubblicità e materiali d’archivio. Il documentario “GOLA. Viaggio nelle culture del cibo attraverso i media” nasce dal progetto di ricerca PRIN 2022 PNRR “GOLA. Representation of gastronomic culture, nutrition and food in the Italian media system. Stardom, material culture, taste (1954-1990)”, realizzato in collaborazione tra l’Università di Genova, l’Università di Torino e l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Un progetto transdisciplinare che intreccia storia del cibo, studi sui media, cinema, televisione e cultura gastronomica.

Attraverso interviste, testimonianze e immagini d’archivio, il documentario racconta come il cibo sia stato rappresentato e vissuto nella società italiana, e come i media abbiano contribuito a costruire gusti, modelli, memorie e identità. Un’occasione per scoprire il cibo non solo come pratica quotidiana, ma anche come forma di cultura, racconto e memoria collettiva.

Il programma

16.30 – Saluti istituzionali
Egidio Dansero (Università di Torino)
Tiziana Pia (Co-coordinatrice del tavolo “Pubblica amministrazione” della Rete Italiana Politiche Locali del Cibo)

16.40 – 18.20 – Proiezione del documentario

18.20 – 19.00 – Dibattito
Giulia Muggeo (Università di Torino)
Giulia Carluccio (Università di Torino)
Gabriele Rigola (Università di Genova)
Bruno Ugioli (regista)

Modera Gigi Vendola (Eco dalle Città)

Il progetto di ricerca

L’incontro è organizzato nell’ambito del PRIN 2022 PNRR “GOLA. Representation of gastronomic culture, nutrition and food in the Italian media system. Stardom, material culture, taste (1954-1990)”, Missione 4 – Istruzione e Ricerca (CUP progetto: D53D23019750001 – codice del progetto: P2022NWC3W).

Una mensa che cambia il sistema: com’è andata la Conferenza in Terra Madre OFF

Una mensa che cambia il sistema: la ristorazione scolastica come politica pubblica

Il 28 settembre 2026 la Sala Stemmi della Città metropolitana di Torino (corso Inghilterra 7) ha ospitato la 1ª Conferenza OFF del Forum Missioni, nell’ambito di Terra Madre Off. Al centro dell’incontro c’era la ristorazione scolastica e la sua capacità di generare azione pubblica sul territorio. Amministratrici e amministratori, esperte ed esperti si sono confrontati a partire da esperienze concrete.

Perché la ristorazione scolastica è una politica pubblica

La mensa è spesso trattata come un servizio da gestire. I dati la descrivono invece come una delle principali politiche pubbliche ordinarie di un territorio. Secondo la presentazione di IRES Piemonte e Città metropolitana di Torino del 20 gennaio 2026, nei Comuni analizzati si servono circa 11 milioni di pasti all’anno (dato su 90 Comuni). Gli appalti valgono circa 76 milioni di euro annui (dato su 114 Comuni), con una spesa media stimata di circa 670 euro per studentessa e studente. Sull’intera area metropolitana il valore potenzialmente mobilitato supera i 120 milioni di euro l’anno.

In una spesa così ampia e ricorrente, ogni scelta di acquisto incide su salute, ambiente, filiere locali e lavoro.

Il punto di partenza: la Conferenza del 20 gennaio 2026

La seconda Conferenza del Forum Missioni aveva fatto emergere due evidenze.

  1. La ristorazione scolastica è più di un servizio. Nelle scelte di ogni amministrazione si incrociano risorse pubbliche, salute ed educazione, ambiente, filiere, economie locali, lavoro e contrasto alle disuguaglianze.
  2. Gli spazi di iniziativa esistono, ma vanno costruiti. Risorse limitate, competenze frammentate e procedure complesse rendono difficile tradurre le connessioni tra politiche in capacità concreta di azione. Alcuni territori sperimentano però usi innovativi degli strumenti disponibili e nuove forme di collaborazione.

La Conferenza Terra Madre OFF: dalle esperienze alle possibilità di azione

La Conferenza OFF ha fatto un passo avanti. È partita da esperienze concrete per capire quali spazi di iniziativa i territori possano aprire e a quali condizioni. Il richiamo culturale è la frase di Carlo Petrini del 2009: «Terra Madre è politica».

Il programma e le voci

Ha moderato Alessia Toldo (Università degli Studi di Torino).

Perché una mensa può cambiare il sistema

  • Jacopo Suppo (Città metropolitana di Torino): la ristorazione scolastica come leva per il territorio
  • Alessandro Ciro Sciretti (IRES Piemonte): cambiare sguardo, cambiare passo, cioè le politiche locali di fronte alle sfide globali

Quattro esperienze, quattro possibilità di azione pubblica

  • Patrizia Dal Santo (Comune di Ivrea): conoscere il mercato per costruire la domanda pubblica
  • Arnaldo Cirillo (Comune di Settimo Torinese): costruire le scelte con cittadine, cittadini e comunità
  • Sonia Cambursano (Città metropolitana di Torino): connettere domanda pubblica, filiere e politiche territoriali
  • Jacopo Suppo (Progetto Pilota Valsusa): cooperare per rafforzare la capacità pubblica

Il confronto finale con amministratrici, amministratori e attori del territorio è stato seguito dalle conclusioni e da un aperitivo di networking.

A chi si rivolgeva

La Conferenza era pensata per amministratrici e amministratori comunali e per i vertici di organizzazioni pubbliche e private che concorrono alle politiche pubbliche su questi temi. Per restare aggiornata o aggiornato sul percorso del Forum Missioni scrivi ad agenda.svs@cittametropolitana.torino.it.

Atlante del Cibo a Terra Madre 2026

Dialoghi di policy

Atlante del Cibo ha seguito da vicino Terra Madre Salone del Gusto 2026, presente a quattordici appuntamenti sulle politiche alimentari tra giovedì 24 e sabato 26 settembre, con la partecipazione di Riccardo Bruno, Veronica Allegretti, Beatrice Ferlaino ed Egidio Dansero. Diverse sessioni hanno messo a confronto amministrazioni comunali, ministeri e reti internazionali sulle politiche alimentari delle città: da CLEVERFOOD, dedicato ai dialoghi di policy in sette Paesi europei, fino a Territori che trasformano e passando con La via italiana alle food policy, un doppio appuntamento sull’evoluzione della governance del cibo nelle città italiane.

Filiere e cooperazione internazionale

Il tema della filiera corta è tornato al centro con Dalla terra alla città, dedicato ai mercati contadini come infrastrutture pubbliche, e con Piattaforma mediterranea, il workshop che ha messo in rete sindaci e territori del Mediterraneo attorno ai sistemi locali del cibo. Sul fronte della cooperazione internazionale, il progetto RACINeS ha raccontato il lavoro con sette comuni senegalesi, prima nell’incontro dedicato alla governance del cibo e poi nello showcooking Dal campo al piatto, tra miglio, patata dolce e moringa; mentre il progetto Akli Baladi ha portato la cooperazione decentrata tra città italiane e palestinesi, con il panel Akli Baladi: il cibo come ponte tra culture alimentari del Mediterraneo e lo showcooking Olio, dattero, miele raccontano la Palestina — lo stesso progetto alla base della moderazione di Riccardo Bruno al panel Dalla terra alla città.

Lavoro e diritto al cibo

Le professioni del cibo e Cibo, impresa e lavoro hanno raccontato formazione, corridoi lavorativi e imprese sociali nel settore alimentare, tra startup, inserimento lavorativo e progetti di economia carceraria. A chiudere il filo delle politiche sociali, Good Food for All ha presentato l’Iniziativa dei Cittadini Europei per il diritto al cibo, mentre Dal diritto al cibo adeguato al welfare di comunità ha guardato alle reti territoriali contro la povertà alimentare.

Da Dakar a Torino: RACINeS e una settimana di cibo e cooperazione

Ci sono modi di leggere un sistema alimentare che non passano dai grafici: passano dai posti dove il cibo si compra, si vende, si scarta, si trasforma. È il taglio scelto per accogliere a Torino la delegazione senegalese di RACINeS, il progetto che accompagna sette comunità locali del Senegal nella costruzione di nuove politiche alimentari.

Si è partiti dall’ingrosso. Al CAAT, il Centro Agroalimentare di Torino, la delegazione ha visto la filiera ortofrutticola da dietro le quinte, incontrando i responsabili del sito per capire come funzionano approvvigionamento e vendite e che impatto hanno sul territorio. Poi Porta Palazzo, il mercato che di quella filiera è la vetrina, insieme al mercato dei produttori, e il pranzo leggero nella sede di Eco dalle Città. Stesso cibo, due modi di venderlo: messi uno accanto all’altro si capiscono meglio. Insieme, alcuni momenti di riflessione e approfondimento al Campus Luigi Einaudi per approfondire i temi piu importanti delle food policies.

Mercoledì 23 la delegazione si è divisa e il Piemonte si è aperto a ventaglio. Ad Asti si sono celebrati i vent’anni di cooperazione con Coubalan, tra il mercato di Campagna Amica, aziende agricole e un mulino con produzione di pasta. A Santena e Carmagnola, tra scuole, centro di raccolta differenziata e siti di stoccaggio degli scarti agricoli e urbani, il cibo è stato guardato dalla fine della filiera. A Poirino è stato firmato il gemellaggio con Kafountine, tra un progetto di riciclo della plastica, uno stagno di tinche e un aperitivo italo-senegalese. A Nichelino, alla Festa di San Matteo, sono arrivati il miele di “Nichelino Fertile” e una cena preparata da una cuoca senegalese. Sul Lago d’Orta, a Orta San Giulio, c’è stata la visita per la delegazione di Walaldé.

Poi Terra Madre, dove tra giovedì e sabato il Senegal ha preso la parola: i trent’anni di cooperazione tra Piemonte e Senegal, la tavola rotonda sui sistemi alimentari locali e, infine, la cucina, con miglio, patata dolce e moringa nello show cooking di Bintou Ndiaye e Mariama Fatty. In mezzo, venerdì sera a Rivalta di Torino, nel chiostro di un ex monastero, il lancio del progetto di cooperazione decentrata con Loul Sessène: testimonianze di giovani italiani e senegalesi, biblioteca vivente, cena e percussioni.

Per chi si occupa di geografie del cibo il filo è questo: un sistema alimentare si capisce attraversandolo, dal mercato all’ingrosso al chiostro di un monastero.

Sovescio Fest: una giornata tra suolo, salute e politiche del cibo, con la ricerca UniTo sul palco

Il nome scelto per il festival non è casuale: il sovescio è la pratica agronomica che arricchisce la terra interrando colture di copertura invece di raccoglierle, un gesto che antepone la cura del suolo al raccolto immediato. È la stessa logica che attraversa l’intera giornata dell’evento, che si apre all’alba con un trekking nell’Oasi LIPU e si chiude a tarda sera con musica dal vivo.

La mattina ha alternato corpo e conoscenza: agroyoga all’aperto, una breathwalk meditativa guidata da Seva Kaur, e due appuntamenti che uniscono ricerca e pratica agricola — “Suolo Vivo” con Pietro Autorino, e “Sulle tracce degli impollinatori”, laboratorio di Scienza Radicata con Sebastiano Favarin, Maria Rosaria Tucci e Giovanni Cocco.

Nel primo pomeriggio il festival si è fatto più esplicitamente politico con “Bioindigestione – Salute e ingiustizia ambientale”, panel che ha messo a confronto Gianmauro Barchiesi, presidente del Comitato Ambiente Futuro, e Maria Teresa Cipollone, vicepresidente del Comitato Valle Galeria Libera. Il tema non è astratto: la Valle Galeria, segnata dalla storica discarica di Malagrotta, è un caso concreto di cosa significhi ingiustizia ambientale in un territorio agricolo. Segue il dialogo “Relazione Agricoltura-Salute”, con IppocrateOrg, La Gallina Selvatica ed Earth Day Italia, che prova a ricucire il legame tra ciò che coltiviamo e ciò che curiamo nel corpo.

Dopo laboratori pratici come il compostaggio domestico (Comitato Malagrotta) e il “Parlamento multispecie” del Climate Pride — un esercizio che prova a includere nella rappresentanza politica anche soggetti non umani — è arrivato il momento più denso della giornata dal punto di vista della ricerca: il panel “PROSPETTIVE: Politiche territoriali del cibo e decrescita”.

A prendere la parola è stato Karl Krähmer, ricercatore dell’Università di Torino e del nostro progetto Atlante del Cibo, che lavora sulle politiche locali del cibo lette attraverso la lente della decrescita: un campo di studi che parte da una constatazione scomoda, cioè che la crisi ecologica in corso non riguarda solo le emissioni o la biodiversità, ma il modello di crescita economica su cui si fondano gran parte delle politiche alimentari contemporanee. Applicare questa lente al cibo significa chiedersi non solo cosa mangiamo, ma come è organizzato — su quale scala, con quale distribuzione del potere — il sistema che porta il cibo nei nostri piatti.

Al suo fianco, Davide Marino dell’Università degli Studi del Molise e Fiamma Ferzetti della cooperativa Coraggio, realtà che nel territorio traduce concretamente pratiche di economia rigenerativa. Moderatrice è stata Emma Marzi del collettivo Numega.

Il valore di questo confronto per chi segue le politiche del cibo dal punto di vista della ricerca applicata — lo sguardo che anima anche l’Atlante del Cibo — sta nell’incontro tra due piani che raramente dialogano: l’accademia, con la sua capacità di leggere in modo sistemico le dinamiche di governance alimentare, e le pratiche territoriali che nella Valle Galeria affrontano ogni giorno le conseguenze di decenni di scelte industriali non sempre lungimiranti.

La giornata si è chiusa con “Eco-timbri e stampe” di ASFOrmers, la cena a La Locanda dei Girasoli e due momenti musicali — “Ci eri tre sorelle” di Voci Arkaike e “Musica migrante” dell’Orchestra Mütante Mysticanza — mentre restano visitabili per tutto il giorno le mostre fotografiche su Palestina, Libano e specie in via d’estinzione, oltre allo spazio Dono e alla raccolta fondi SOS Gaza. Una giornata che dimostra come la teoria della decrescita, portata sul palco da chi la studia a UniTo, possa intrecciarsi con musica, cibo condiviso e attivismo territoriale.

Il Rapporto V/2026 dell’Atlante del Cibo sul sistema alimentare della città metropolitana di Torino

Quanto sappiamo davvero di come mangia Torino, di dove arriva il suo cibo e di chi decide le politiche alimentari della città? A queste domande prova a rispondere il Rapporto V/2026 dell’Atlante del Cibo di Torino Metropolitana, l’ultimo capitolo di una collana di ricerca che da anni monitora il sistema del cibo torinese.

Cos’è il Rapporto V/2026 dell’Atlante del Cibo

Il rapporto è curato da Karl Krähmer (Università di Torino), con la supervisione scientifica di Egidio Dansero e i contributi di Giuseppina Bifulco, Veronica Allegretti, Luca Battisti e Federico Cuomo, tutti afferenti al Food Studies Lab dell’Università di Torino. È la quinta uscita della Collana Atlante del Cibo, pubblicata nel 2026 e liberamente scaricabile, in una versione italiana tradotta e rivista del report inglese “Food System Analysis City of Turin”. Il lavoro nasce nell’ambito dei progetti AfriFOODlinks e PNRR-Agritech.

Un approccio multiscalare: oltre i confini comunali

Uno dei tratti distintivi del rapporto è la scelta di non fermarsi ai confini amministrativi del Comune. Torino, con quasi un milione di abitanti e quarta città italiana per popolazione, non ospita al suo interno un’agricoltura significativa: per questo l’analisi guarda anche alla scala più ampia della Città Metropolitana, dove si concentra una produzione agricola diversificata e rilevante. È questo doppio livello di osservazione — comunale e metropolitano — a rendere il rapporto una fotografia più completa del sistema alimentare.

I punti di forza del sistema alimentare torinese

Tra gli elementi positivi che emergono dall’analisi SWOT del rapporto:

  • un sistema agricolo forte e diversificato nell’area metropolitana;
  • un numero elevato di prodotti tipici legati a territori e tecniche specifiche;
  • un’agricoltura urbana che, pur marginale sul piano produttivo, offre servizi ecosistemici e funzioni sociali ed educative importanti;
  • una cultura consolidata dei mercati rionali e all’aperto, di cui il mercato di Porta Palazzo è l’espressione più emblematica;
  • un settore del cibo economicamente rilevante, in cui il caffè — prodotto di importazione — è diventato identitario della città.

Le fragilità: diversità agricola a rischio e mercati cittadini indeboliti dalle scelte di consumo

Accanto ai punti di forza, il rapporto individua criticità strutturali: la diversità agricola dell’area è minacciata da una doppia dinamica di abbandono nelle zone alpine e intensificazione nelle pianure, con conseguente riduzione delle superfici coltivate e concentrazione della proprietà. L’agricoltura biologica resta sotto la media nazionale, l’accesso a terreni per l’orticoltura urbana è limitato, e la crescita di supermercati e centri commerciali ha progressivamente indebolito i mercati cittadini come canale distributivo principale.

Cibo e salute: cosa dicono i dati

Il capitolo dedicato alla salute mostra un quadro in cui la sottonutrizione è un fenomeno marginale (circa il 2% della popolazione italiana), mentre pesano di più altre forme di malnutrizione: consumo insufficiente di verdura, legumi, frutta secca e cereali integrali, a fronte di un consumo eccessivo di carne rossa. Nel 2023 in Italia il 33% della popolazione risultava in sovrappeso e il 10% obesa (in Piemonte rispettivamente 29% e 9%), valori sostanzialmente stabili dal 2008. Sul fronte infantile, l’Italia è il quarto Paese europeo per obesità tra i bambini. Il rapporto segnala inoltre che il consumo di carne in Italia è pari a undici volte le raccomandazioni della Commissione EAT-Lancet per una dieta sana e sostenibile, pur distinguendo tra allevamento intensivo e il sistema dei pascoli alpini, più sostenibile e legato a circa un terzo dei capi bovini piemontesi.

Le sfide ambientali e climatiche

La crisi climatica è identificata come una delle minacce principali per il sistema alimentare torinese: l’aumento delle temperature, la siccità prolungata e gli eventi di precipitazione estrema mettono a rischio sia la sicurezza alimentare sia la qualità dei prodotti tipici locali. Gli stessi rischi si estendono a beni importati come il grano e il caffè, cruciali per l’economia alimentare cittadina, mentre nuove tensioni sul commercio internazionale rappresentano un ulteriore fattore di instabilità per le filiere.

Verso politiche alimentari più integrate

Torino ha aderito fin dal 2015 al Milan Urban Food Policy Pact e ha inserito il diritto al cibo nel proprio statuto comunale. Negli anni si sono sviluppate strutture e processi come lo stesso Atlante del Cibo di Torino, il GIPA (Gruppo Interdipartimentale per le Politiche Alimentari) e la rete PunTO al Cibo. Restano però difficoltà nel tradurre questa base di conoscenza in politiche realmente integrate: un limite legato, anche, alla debole organizzazione del settore privato attorno a questi processi. Alla scala metropolitana, iniziative come i distretti del cibo mostrano potenzialità ancora poco sviluppate rispetto a quanto avviene a livello comunale.

Conclusioni: una domanda ancora aperta

Il rapporto si chiude con una domanda aperta: la molteplicità di percorsi e attori attivati negli ultimi dieci anni a Torino riuscirà a produrre politiche capaci di sostenere insieme l’economia locale, la qualità e diversità dell’offerta alimentare e la sostenibilità ecologica del sistema del cibo? Per gli autori, potrebbe essere il momento di fare “un salto di scala”, mettendo a frutto un decennio di conoscenza accumulata.

Il Rapporto V/2026 dell’Atlante del Cibo di Torino Metropolitana è disponibile gratuitamente

Webinar “Dialoghi dalla terra: Politiche locali del cibo in Argentina e in Italia”

Nell’ambito della collaborazione tra FLACSO Argentina, l’Unión de Trabajadores y Trabajadoras de la Tierra de Argentina e l’Università di Torino, Italia, vi invitiamo a partecipare al webinar “Dialoghi dalla terra: Politiche locali del cibo in Argentina e in Italia” che si terrà mercoledì 16 settembre alle ore 18.00 (ora italiana).

L’incontro intende aprire uno spazio di riflessione collettiva e di pensiero critico sulle sfide che le politiche alimentari a livello locale affrontano oggi in diversi contesti globali, approfondendo gli approcci accademici al loro studio e il ruolo delle organizzazioni della società civile nei due Paesi.

La proposta mira a favorire un dialogo plurale capace di mettere in relazione le voci e i contributi del mondo accademico e dei movimenti sociali, con l’obiettivo di riflettere insieme su alternative che consentano di avanzare verso modelli di sviluppo più inclusivi, sostenibili e sovrani.

Relatori e relatrici

  • Egidio Dansero (Università di Torino, Italia)
  • Agustina Gradin (FLACSO, Argentina)
  • Diego Montón (Movimiento Nacional Campesino Indígena – Somos Tierra, Argentina)
  • Francesca Gori (Rete Semi Rurali, Italia)

Partecipazione è libera e gratuita.

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FOOD REBORN COMMUNITY CARE Strumenti innovativi di economia sociale per contrastare la povertà alimentare, lo spreco e la produzione di rifiuti nei contesti urbani

Martedì 14 aprile 2026, al Mercato Centrale di Torino, si chiude un ciclo. L’ultimo appuntamento del progetto CCC – Cibo = Cultura = Capitale (inserito all’interno dei “Martedì del Cibo” dell’Atlante) raduna, nello Spazio Fare di Piazza della Repubblica, ricercatrici universitari, imprese sociali, mense solidali e cuochi di comunità per ragionare insieme su una delle questioni più urgenti del metabolismo urbano torinese: come trasformare lo scarto in risorsa, e la fragilità alimentare in coesione sociale.

Un progetto, molte voci

CCC è stato un percorso di incontri e costruzione di relazioni che ha messo al tavolo — spesso alla lettera — soggetti che raramente si trovano a dialogare: il mondo accademico, il terzo settore, le istituzioni scolastiche, le comunità di migranti. L’ultima serata ne restituisce la densità in tre momenti distinti.

Il primo, dalle 18.30, è il panel Food Reborn Community Care, dedicato agli strumenti di economia sociale per contrastare povertà alimentare, spreco e produzione di rifiuti in contesto urbano. Intervengono Alessia Toldo (UniTo, Dipartimento di Culture Politica e Società) e Cristina Viano (UniTo, Dipartimento di Informatica), insieme ad Alessio Follini di WeCo Impresa Sociale. Portano la loro esperienza diretta due mense solidali che operano sul territorio: Almaterra, rappresentata da Maria Paola Ciafardoni, e Trivero16 – Mensa Pop, con Mauro Valle. Modera Luigi Vendola di Eco dalle Città.

Il secondo momento è la presentazione del progetto ERASMUS+ “ZEROWASTE” a cura dell’Istituto Comprensivo Regio Parco — un segnale importante: la cultura del recupero si costruisce anche (e soprattutto) nelle scuole.

La serata si chiude, dalle 20.00, con una cena solidale antispreco: Chef Omar, insieme al collettivo degli Ecomori, cucina con frutta e verdura recuperata. Offerta libera e consapevole.

Per info e prenotazioni: tel/whatsapp 345 768 6059 — info@ecodallecitta.it