Agricoltura di montagna oltre la crescita: il dibattito a MontagneOltre

Domenica 4 ottobre, nell’ultima giornata di MontagneOltre, il festival organizzato a Ronco Canavese dalla Comunità Sassifraga, si è tenuto il dibattito OltreLaCrescita. La tavola rotonda, co-promossa dal Movimento per la Decrescita Felice, dal gruppo di ricerca dell’Atlante del Cibo di Torino Metropolitana e dal Collettivo Numega, si chiedeva: come cambiano i sistemi del cibo se l’agricoltura di montagna guarda oltre la crescita?

Hanno partecipato Karl Krähmer, co-presidente di MDF, che ha moderato; Giacomo Pettenati, geografo dell’Università del Piemonte Orientale; Lorenzo Barra della CSA Cresco di Melle.

Tre crisi che si intrecciano

Krähmer ha indicato tre nodi. La crisi economica e agricola della montagna, che affonda le radici nell’Ottocento e nell’industrializzazione. La crisi ecologica globale, a cui i sistemi agroalimentari contribuiscono con circa un terzo delle emissioni di gas serra, in parte per la produzione animale, che però in quota resta fondamentale. Infine la vulnerabilità della montagna agli effetti del clima, come la siccità degli ultimi anni.

Un territorio che non serviva alla crescita

Dagli interventi è emerso che un’economia orientata alla crescita ha concentrato le attività in pochi luoghi, e che la montagna non svolgeva funzioni essenziali. L’agricoltura che produce per i mercati esterni, come latte e cereali, è scomparsa o marginale, salvo dove esistono filiere molto forti. Con l’abbandono è tornato il bosco: in Italia le foreste coprono circa il 37% del territorio, espandendosi sui terreni lasciati liberi dall’agricoltura, con benefici ecologici non sempre scontati. L’abbandono, però, non è stato totale: sono rimaste comunità e sono arrivati nuovi abitanti, con relazioni ed economie diverse.

Valore riconosciuto, reddito no

Pettenati ha osservato che consumatori e consumatrici riconoscono sempre più il valore di un prodotto legato al territorio, ma produrre in montagna costa di più e quel riconoscimento non sempre diventa reddito. Servono quindi politiche pubbliche di sostegno, come quelle europee e svizzere citate nel dibattito, e cautela con le etichette di “prodotto tipico” usate solo per vendere meglio.

In montagna sopravvivono anche forme di gestione collettiva delle risorse, riconosciute dalla legge 168/2017 sui domini collettivi, e c’è chi prova a crearne di nuove, come il collettivo Montagna Libertaria.

La CSA, un patto con chi coltiva

Barra ha spiegato come funziona la CSA, la comunità che supporta l’agricoltura. Non c’è compravendita: chi mangia diventa socio o socia e condivide il rischio con chi produce. A inizio anno un’assemblea presenta il bilancio dell’azienda e i soci e le socie ne coprono insieme i costi, con una parte versata a marzo per sementi e piante. Così si riducono gli sprechi in campo. La quota è modulabile: chi può dà di più, chi non può dà meno, perché l’accesso al cibo non dipenda dal reddito.

Chi può permettersi il cibo locale?

Dal confronto è arrivata una domanda concreta: quante persone hanno tempo e denaro per cercare il prodotto locale? Nelle risposte ha pesato la cultura: siamo abituati a un cibo economico che non include il lavoro necessario a produrlo. L’accesso, poi, si costruisce con tempo e relazioni.