UrbanFarm 2020 second edition: call for projects!

Siamo lieti di presentarvi la seconda edizione di UrbanFarm2020, la sfida lanciata a tutti gli studenti per la progettazione di città più sostenibili e di riflesso di economie nuove e alternative. Qui di seguito tutti i dettagli per la partecipazione forniti dagli organizzatori.

“This challenge, open to University students from several disciplines and from all over the world, will address the design of urban agriculture projects in three locations. The challenge, organized by the University of Bologna Alma Mater Studiorum, is also supported by the International Society for Horticultural Sciences. On the website, further information about the awards and components of both the International Jury and the Scientific committee are also available.

The registration is open until December 1st, when also the first submission (project concept and introductory video) is foreseen. A second deadline will be on January 20th, for the full project submission and final video. Selected teams will be able to present their innovative project at the International Fair NovelFarm2019, that will take place in Pordenone (Italy), on February 19-20, 2020.

For students willing to join but not yet involved in a team, a support is available on the facebook page Find You Team or by writing to urbanfarm@unibo.it“

AFNIA – Alternative Food Networks: an Interdisciplinary Assessment

Nel dibattito internazionale relativo ai food studies, si indicano come Alternative Food Networks (AFN) le reti agroalimentari alternative alla filiera convenzionale del cibo, strutturata a partire dalle esigenze della produzione agroindustriale e della grande distribuzione organizzata.

Queste reti alternative assumono forme e significati molto diversi a seconda dei contesti territoriali, culturali ed economici nei quali prendono forma. Tuttavia vengono solitamente identificate come AFN quelle pratiche caratterizzate da una prossimità fisica, organizzativa o valoriale tra produttori e consumatori. Appartengono quindi a questa categoria i farmers’ market, i gruppi di acquisto solidale, la vendita diretta nelle aziende agricole, i food hub, ma anche le filiere lunghe del commercio equo e solidale.

La ricerca AFNIA 2014/2016 ha indagato la diffusione e le caratteristiche delle Alternative Food Networks in Piemonte, con un approccio di ricerca fortemente interdisciplinare, che ha messo in relazione e ambisce ad integrare quattro prospettive differenti:

  • economica attraverso la quale sono state approfondite le determinanti della scelta dei produttori di vendere i propri prodotti attraverso gli AFN, la sostenibilità economica delle reti alternative e le motivazioni non economiche della preferenza di una parte dei consumatori per questo tipo di modalità di acquisto di cibo;
  • sociologica attraverso la quale si è decostruito il concetto di qualità del cibo diffuso attraverso gli AFN, approfondendo in particolare il modo in cui la definizione che i consumatori danno di qualità influenza le pratiche di produzione e distribuzione nelle reti alternative, con un riferimento specifico ai prodotti ortofrutticoli e alla carne;
  • ambientale-agronomica attraverso la quale è stato valutato l’effettivo impatto ambientale dell’intera filiera delle reti alternative, dalla produzione all’acquisto da parte dei consumatori finali, effettuando una comparazione con le pratiche convenzionali;
  • territoriale-geografica che ha mappato, da un punto di vista spaziale e relazionale, le reti agroalimentari alternative in Piemonte, approfondendo il loro possibile ruolo verso una ri-territorializzazione del sistema del cibo e nuove relazioni di prossimità tra aree urbane e aree rurali produttive.

La ricerca è stata condotta da un gruppo di lavoro interdisciplinare dell’Università di Torino, che coinvolge i seguenti dipartimenti: CPS – Culture, Politica e Società (geografi e sociologi); Economia “Cognetti De Martiis” (economisti), DISAFA – Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari (agronomi).

Il territorio oggetto della ricerca era l’intera regione Piemonte, con un focus particolare sulla città metropolitana di Torino ed il suo sistema territoriale del cibo.

Contatti

Prof. Alessandro Corsi, alessandro.corsi@unito.it, coordinatore della ricerca

Credits: Rachel Black , 2009 – Flickr

Secondo Rapporto E-book 2018

Il gruppo di ricerca dell’Atlante del Cibo di Torino Metropolitana è lieto di presentarvi il Secondo Rapporto 2018. Questo vvia alcuni approfondimenti “verticali”, di natura tematica (con l’indagine sulle pratiche di contrasto alla povertà e allo spreco alimentare a Torino) e territoriale (con l’analisi del sistema del cibo del Chierese), e prosegue la dimensione di analisi “orizzontale” (attraverso le schede, che affrontano in maniera sintetica ed efficace alcune questioni puntuali) inaugurata con il primo rapporto.

Si può scaricare gratuitamente l’e-book del secondo rapporto, pubblicato con la casa editrice Celid nella collana “Atlante del Cibo di Torino Metropolitana”.

Distributori di latte crudo alla spina

“Il settore della zootecnia da latte in Piemonte è caratterizzato dalla presenza di circa 165.000 vacche che producono circa 840.000 t/anno di latte In questi ultimi anni, oltre ai formaggi è aumentato l’interesse verso il latte alimentare per il consumo diretto, sia da parte dei consumatori, sia da parte dei produttori” (Lombardi, Peira, Cortese, 2016). In particolare sono cresciuti la commercializzazione e il consumo di latte crudo attraverso i distributori automatici, registrati e controllati dalle Aziende sanitarie locali, le cosiddette “casette del latte”. Con il termine “latte crudo” l’Unione Europea intende il latte prodotto mediante secrezione della ghiandola mammaria di animali di allevamento non riscaldato a più di 40ºC e non sottoposto ad alcun trattamento avente un effetto equivalente.
La possibilità di commercializzare latte crudo viene introdotta con il Regolamento (CE) n. 853/2004 del 29 aprile 2004, che stabilisce norme specifiche in materia di igiene per gli alimenti di origine animale. In Italia, la vendita diretta in azienda e l’utilizzo dei distributori automatici sono consentiti a partire dal 2004, con il Decreto Legge n. 157 del 24 giugno 2004. Dal censimento nazionale effettuato nel 2013 risultano registrate ai sensi del Reg. (CE) 852/2004 presso le aziende Sanitarie Locali (ASL) 1.742 strutture dedicate alla vendita del latte crudo, di cui 626 allevamenti e 1.066 distributori automatici. Gli stessi dati riferiti al Piemonte indicano, al 2013, 129 distributori, con un calo del 32% rispetto ai valori del 2010.
I dati utilizzati per costruire la carta qui sotto, relativi alla Città Metropolitana al 2016, sono invece ottenuti attraverso l’aggregazione di più fonti. Nello specifico sono state utilizzate le informazioni fornite direttamente da Coldiretti, sui distributori riforniti da aziende agricole associate, integrate con le segnalazioni presenti sul sito www.milìkmpas.com, che presenta una mappatura dal basso dei distributori di latte alla spina in Italia.
I sostenitori di questo fenomeno sottolineano soprattutto l’impatto positivo in termini di riduzione dei rifiuti (ai distributori si va con le proprie bottiglie, evidentemente riutilizzabili) e le caratteristiche nutrizionali e organolettiche del latte crudo. In termini di sicurezza alimentare, va tuttavia ricordato come – a partire da dicembre 2008, con l’emanazione di un’apposita ordinanza del Ministero della Salute e successivamente previsto dal Decreto legge n. 158 del 13/09/2012 – i distributori automatici devono riportare l’indicazione del consumo previa bollitura; in caso di cessione diretta, invece, è il produttore che deve obbligatoriamente informare il consumatore su tale modalità di consumo.

 LOCALIZZAZIONE DEI DISTRIBUTORI DI LATTE CRUDO NELLA CITTÀ METROPOLITANA (FONTE: COLDIRETTI E WWW.MILKMAPS.COM)

Le casette dell’acqua: distributori automatici di acqua

Nel 2014 l’Italia risultava il primo paese europeo (e il secondo al mondo, dopo il Messico) per consumo di acqua minerale (Censis, 2014). Stando alla rilevazione del Censis, il 61,8% delle famiglie italiane acquista acqua minerale, per un consumo medio di 192 litri per persona e una spesa di 234 euro all’anno. Del resto dall’indagine emerge come il 31,2% della popolazione non si fidi dell’acqua che esce dal rubinetto della propria abitazione, percentuale che sale nettamente al Sud (si arriva al 60,4% in Sicilia). Tuttavia, negli ultimi anni, analogamente al latte, è aumentato il numero dei distributori automatici che somministrano e/o commercializzano acqua. Le cosiddette “casette dell’acqua” sono regolamentate sulla base delle Circolari del Ministero della Salute. L’attività viene definita come “somministrazione di alimenti e bevande”, pertanto i gestori delle unità distributive assumono qualità di Operatori del Settore Alimentare e, come tali, devono attenersi alla disciplina vigente in materia di alimenti, in particolare al Regolamento CE 852/2004 e all’Accordo Stato-Regioni del 29/04/2010. A livello nazionale non esistono dati ufficiali sui numeri di questo fenomeno, o quantomeno non è stato possibile reperirli. Per quanto concerne invece la Città metropolitana di Torino, il gruppo SMAT – Società Metropolitana Acque Torino S.p.a. (partecipata del Comune di Torino e di altri 291 Comuni metropolitani) ha realizzato 118 distributori nell’ambito del progetto Punto Acqua SMAT. Il progetto nasce con l’obiettivo di incoraggiare la diffusione del consumo dell’acqua del rubinetto e il risparmio d’acqua al fine di limitare l’utilizzo di materiale di imballaggio e i costi in termini ambientali prodotti dal trasporto di acqua in bottiglia. I distributori consentono l’approvvigionamento di acqua di rete, naturale e gasata, a temperatura ambiente o refrigerata.

 

LOCALIZZAZIONE DELLE CASETTE DELL’ACQUA SMAT (FONTE: WWW.SMATORINO.IT)

Il distretto piemontese del cioccolato

Il cioccolato piemontese, uno dei prodotti tipici più conosciuti del territorio, nasce in un contesto caratterizzato da una lunga ed importante tradizione nel settore e da un vivace sistema di imprese artigianali ed industriali, che grazie alla capacità di reinventarsi di fronte alle difficoltà e di rielaborare nuovi gusti e tendenze, hanno saputo reggere alla concorrenza e ad alla crisi economica regionale.
E’ il lontano 1559, quando il cacao arriva in Piemonte portato dall’esercito del Duca Emanuele Filiberto di Savoia, allora al servizio di Carlo V, sovrano di Spagna. Furono infatti gli spagnoli, i primi a portare in Europa il cacao dal Messico. Risale al 1678 la prima autorizzazione concessa dalla Casa Reale Sabauda, “a vendere pubblicamente la cioccolata in bevanda”.
A Torino, non si può però parlare di cioccolato senza parlare di nocciole. L’incontro tra i due ingredienti nasce dalla necessità di sostituire le nocciole, prodotto ampiamente disponibile localmente, al cacao, divenuto troppo costoso a causa del blocco ordinato da Napoleone nel 1806 sui prodotti provenienti dalla Gran Bretagna e dalle sue colonie. Unione che, nata per far fronte a un’esigenza, ha mostrato con il gianduja[1] tutta l’affinità esistente fra queste due materie prime.
Fu dopo la metà dell’Ottocento che si impiantarono i primi laboratori di produzione del cioccolato. Alcuni di questi, come la Caffarel[2], sono ancora tutt’oggi attivi[3]. La produzione progressivamente diventa rilevante anche dal punto di vista industriale con un assortimento di gianduiotti, cremini, praline, uova pasquali e creme.
Oggi il distretto piemontese del cioccolato si configura come il maggior centro italiano di lavorazione del cioccolato con una produzione di 85.000 tonnellate, pari a quasi il 40% del totale nazionale. Solo nella città metropolitana di Torino si contano nell’ultimo trimestre del 2016[4] 72 imprese della lavorazione del cioccolato, pari al 66% del totale piemontese. La localizzazione delle imprese della produzione di cioccolato è soprattutto Torino-centrica: 44 nel Comune di Torino e 14 nella prima cintura. Si tratta perlopiù di micro e piccole imprese (48 microimprese, 18 piccole imprese, 3 medie e 3 grandi imprese oltre i 100 addetti). La produzione di cioccolato conta un totale di oltre 1500 addetti.[5] Per il 2017 si prevedeva una flessione del numero totale degli addetti nella filiera del cioccolato nella città metropolitana a causa dello spostamento del centro direzionale della Ferrero da Pino Torinese ad Alba, con un trasferimento di circa 300 unità di personale.
Dal 2003, nelle strade di Torino, a novembre, si svolge CioccolaTo’, la manifestazione fieristica dedicata al cioccolato a cui prendono parte i più importanti operatori nel settore a livello nazionale, con un’attenzione particolare alla tradizione cioccolatiera piemontese.

[1] Il nome di Gianduia deriva dal fatto che la presentazione ufficiale di questo cioccolato e in particolare del cioccolatino gianduiotto venne fatta in occasione del Carnevale del 1865 e fu la maschera popolare torinese Gianduja a distribuire i cioccolatini.

[2] Magli F., Nobolo A. (2016). Piemonte, the Most Famous Italian Chocolate District, in (a cura di) Sargiacomo M., D’Amico L., Di Pietra R., Accounting and Food: Some Italian Experiences, Abingdon-on-Thames, Routledge, Editors, pp. 118-138.

[3] http://www.impreseneltempo-torino.it/index.php/imprese-nel-tempo/biografie-impresa/caffarel/le-radici-valdesi

[4] Dati CCIAA, 2016

[5] Dati CCIAA, 2016, calcolando il numero di dipendenti attribuito alle imprese con codice ATECO 10.82, in cui oltre alla produzione di cioccolato e cacao sono anche comprese le caramelle e la confetteria.

MAPPA DELLA LOCALIZZAZIONE DEI COMUNI DELLA CITTÀ METROPOLITANA DI TORINO CON AZIENDE PRODUTTRICI DI CACAO E CIOCCOLATO PER CLASSI DI ADDETTI (FONTE DATI: CCIAA, 2016).

La filiera dei cereali tra mercati globali e progetti locali

I cereali rappresentano probabilmente la principale commodity agricola, sottoposta alle leggi della finanza e del mercato globale più che a quelle dei cicli produttivi e dei territori. Al tempo stesso essi sono però uno degli elementi basilari delle diete alimentari e i loro processi di produzione, trasformazione e consumo connotano culturalmente ed economicamente popolazioni e territori in tutto il mondo.
La produzione di cereali è alla base di altre fondamentali filiere del sistema agroindustriale globalizzato: quella zootecnica e quella energetica, che su scala mondiale sottraggono superfici e risorse idriche sempre maggiori alle produzioni destinate al consumo diretto, con importanti impatti in termini di sostenibilità ambientale e sociale dell’agricoltura.
Nel territorio della Città Metropolitana di Torino le filiere cerealicole presenti in maniera significativa sono due.
La prima è quella del mais, il cereale maggiormente coltivato a livello mondiale, di cui il Piemonte è la terza regione produttrice in Italia (dopo Veneto e Lombardia) e le cui coltivazioni nell’ex provincia di Torino si estendono per oltre 77.000 ha (dati Anagrafe Agricola 2016), distribuiti in prevalenza nella fascia pianeggiante a sud e a nord del capoluogo. I primi tre comuni per superficie coltivata a mais sono Carmagnola, Poirino e Carignano, con oltre 2000 ha ciascuno.
La pianura tra Carmagnola e Chieri, insieme al Chivassese sono le zone in cui si concentra anche la produzione della seconda filiera cerealicola fortemente presente nella Città Metropolitana, ovvero quella del grano tenero, seppure con volumi e superfici decisamente minori rispetto al mais. Con circa 20.000 ha, l’ex provincia di Torino si colloca tra le prime 10 in Italia per la produzione di questo cereale.
Per quanto riguarda il numero di aziende coinvolte, l’intero settore cerealicolo impiega più di 13.500 aziende agricole, con le maggiori concentrazioni, anche in questo caso, negli importanti comuni agricoli completamente o parzialmente pianeggianti di Carmagnola, Cavour, Chieri, Poirino e Carignano.
Nonostante il territorio piemontese sia noto a livello nazionale per la produzione risicola, all’interno dei confini della Città metropolitana sono solo due i comuni nei quali il riso viene prodotto in quantità significative: San Benigno Canavese (con circa 35 ha di risaia) e San Raffaele Cimena (circa 75 ha).
Per concludere è utile menzionare come, nonostante la forte relazione della produzione cerealicola con il sistema dell’agro-industria globalizzata, esistono interessanti progetti di rilocalizzazione della filiera dei cereali attivi nel territorio torinese. Il più vicino al capoluogo è indubbiamente quello della Filiera della Farina di Stupinigi, che si fonda su un patto di filiera tra Coldiretti Torino, il Parco Naturale di Stupinigi, sei aziende agricole all’interno del Parco, il Consorzio Agrario di Piobesi, il Mulino Roccati di Candia Canavese e la Cooperativa, “ARTICOLO 4”, con la supervisione del Laboratorio Chimico della Camera di Commercio di Torino, hanno recuperato la coltivazione di alcune antiche varietà di frumento panificabile, avviando un’attività di filiera locale di produzione e trasformazione di grano, farina e prodotti da forno.

LA PRODUZIONE DI CEREALI NELLA CITTÀ METROPOLITANA DI TORINO

Torino, la città dei caffè e del caffè

Torino è una delle città italiane con più bar e caffetterie per abitante: una ogni nel abitanti (dati CCIAA, 2016). Ma questo primato non è casuale. A Torino il caffè e i caffè hanno da sempre avuto un ruolo di cruciale importanza per il suo sviluppo culturale ed economico.
I primi caffè a Torino iniziarono a sorgere alla fine del 1700. Così come nel resto d’Italia e d’Europa erano luoghi d’élite, dove si discuteva di politica, arte, letteratura. Nei caffè di allora di Torino sappiamo ad esempio che presero forma i movimenti risorgimentali; Crispi convinse la Sinistra Storica ad intervenire in Africa, fu concepita la spedizione in Antartide del 1899.
Tuttavia al di là del significato che questo genere di locali ha avuto dal punto di vista storico-culturale, se guardiamo al prodotto che veniva servito, non si trattava ancora di “caffè espresso”, ma di una bevanda preparata con il caffè con il metodo dell’infusione (Giuli e Pascucci, 2014)[1]. Il caffè così come lo intendiamo oggi, arrivò solo con l’avvento delle prime macchine per caffè espresso. Forse non tutti sanno che fu proprio a Torino, nel corso dell’Esposizione Universale del 1884, che fu presentata da Angelo Moriondo, la prima macchina per il caffè, depositata all’ufficio brevetti con la denominazione di “apparecchio a vapore per la confezione economica ed istantanea”. Grazie alla capacità di questa macchina di preparare la bevanda nel momento stesso in cui il cliente la ordina, nasce il caffè espresso.
A partire da quel momento e con l’avvento del consumo di massa di tale bevanda promosso anche dall’avvento della Moka negli anni 30 del 900’, iniziò a crescere a Torino e nel resto d’Italia un sistema di business ampio e articolato, al cui centro si collocano le imprese di torrefazione, che trasformano la materia prima, il caffè verde, in caffè torrefatto e lo distribuiscono sotto varie forme nei diversi canali.
Solo nella città metropolitana di Torino si contano nell’ultimo trimestre del 2016, 49 imprese della lavorazione del caffè (CCIAA, 2016). Di queste 18 sono localizzate nel Comune di Torino. Per quanto riguarda la localizzazione delle restanti attività di torrefazione si riscontra una concentrazione di attività nel canavese. Si tratta perlopiù di micro e piccole realtà a cui si affiancano realtà imprenditoriali più estese come quelle di Lavazza, Vergnano, Costadoro, Damosso[2]. Il comparto nel suo complesso dà lavoro a oltre 1800 addetti su un totale nazionale superiore ai 7000 addetti. A questi andrebbero andrebbero sommate le migliaia di addetti che operano nella filiera del caffè, dai bar, alla ristorazione alla distribuzione automatica.
Al di là dei dati numerici, il caffè riveste per Torino un valore simbolico, poiché ad esso è associato il Bicerin[3], la storica bevanda a base di caffè, latte e cioccolato, diventata una delle icone gastronomiche della città[4].

[1] Giuli M., Pascucci F. (2014), Il ritorno alla competitività dell’espresso italiano. Situazione attuale e prospettive future per le imprese della torrefazione di caffè, Economia e Management, Milano, FrancoAngeli.

[2] Da dati CCIAA 2016, calcolando il numero di dipendenti attribuito alle imprese con codice ATECO 10.83, in cui è stata esclusa la lavorazione del tè e di altri preparati per infusi

[3] In quanto servita in piccoli bicchieri “bicerin” senza manico.

[4] Il Bicerin sarebbe nato da una rivisitazione della “barbaida”, bevanda a base di cioccolata introdotta nell’Ottocento a Milano.

NUMERO DI ADDETTI NELLE IMPRESE DEL SETTORE DEL CAFFÈ

I produttori delle reti agroalimentari alternative

Una delle caratteristiche principali delle reti agroalimentari alternative (Alternative Food Networks, o AFN, nel dibattito internazionale) è quella di creare nuove relazioni tra produttori e consumatori, tra i quali si ri-costituisce un rapporto diretto, fondato sulla fiducia reciproca e sulle relazioni interpersonali.
L’importanza attribuita alla provenienza e alle caratteristiche dei produttori varia significativamente in base alle caratteristiche del singolo consumatore e alle diverse tipologie di reti alternative considerate, raggiungendo probabilmente i livelli più elevati nel caso dei Gruppi di Acquisto Solidale (GAS), per i cui membri la conoscenza diretta dei produttori è parte centrale dell’esperienza d’acquisto.
ll ruolo fondamentale delle aziende di produzione, delle loro caratteristiche produttive e dei territori nei quali si trovano è testimoniato dalla visibilità che esse hanno in molte pratiche di AFN, per esempio attraverso schede descrittive posizionate sui banchi di vendita in numerosi mercati di vendita diretta.
Ciononostante, non esistono elenchi ufficiali e completi relativi ai produttori che riforniscono le singole reti agroalimentari alternative basate a Torino rendendo ardua un’analisi approfondita ed esaustiva dell’estensione spaziale e delle caratteristiche organizzative di tali reti e mostrando il non ancora completo raggiungimento di un percorso maturo di valorizzazione dei produttori attraverso la vendita diretta.
Grazie alla fitta rete di contatti attivi nel mondo degli AFN e del consumo alternativo a Torino, costituita in occasione della ricerca AFNIA – Alternative Food Networks ad Interdisciplinary Assessment (2013-2016) condotta dall’Università di Torino[1] è stato tuttavia possibile costruire un database, non esaustivo ma significativo, di circa 600 produttori agricoli e alimentari che negli ultimi 5 anni hanno venduto i propri prodotti attraverso un canale di vendita alternativo basato a Torino, in particolare mercati dei contadini e GAS.
La distribuzione spaziale dei produttori individuati mostra come la maggior parte provenga da una zona compresa nel raggio di 50 km da Torino, testimoniando l’importanza data alla provenienza locale dei prodotti venduti attraverso queste reti. È possibile osservare una particolare concentrazione di produttori in tre aree specifiche: (a) le colline che circondano Torino sul lato est e sud-est dell’area metropolitana; (b) il Roero collinare; (c) le aree pedemontane comprese tra l’area urbana di Torino e le valli Susa, Chisone e Pellice.
Si tratta di territori molto diversi molto diversi per quanto riguarda la struttura agricola ed economica e le relazioni con il capoluogo. Diventa quindi fondamentale analizzare più a fondo le ragioni di queste concentrazioni, per capire se vi siano segnali di progetti di scala territoriale, finalizzati a nuovi rapporti tra urbano e rurale, che vadano al di là delle scelte aziendali dei singoli produttori.
L’areale di provenienza dei produttori che riforniscono i GAS è generalmente più ampio di quello dei mercati dei contadini, in quanto è più comune trovare nel paniere dei consumatori che partecipano agli acquisti collettivi prodotti provenienti da altre regioni e altri paesi. La motivazione principale dell’acquisto di alcuni prodotti non è in questo caso la provenienza locale, ma il loro essere rappresentativi di un modello alternativo di produzione e distribuzione alimentare (l’esempio più significativo è quello dei prodotti provenienti da terreni confiscati alle mafie).

[1] La ricerca è stata svolta da un gruppo interdisciplinare dell’Università degli Studi di Torino (Dipartimenti Culture, Politica e Società – CPS; Economia – Cognetti de Martiis; Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari – DISAFA) nell’ambito del bando finanziamento alla ricerca Università di Torino – Compagnia di San Paolo 2012.

LA DISTRIBUZIONE SPAZIALE DI 600 PRODUTTORI AGRICOLI E ALIMENTARI CHE RIFORNISCONO I CANALI DI VENDITA ALTERNATIVI (MERCATI DEI CONTADINI E GAS) BASATI A TORINO (FONTE: RICERCA AFNIA – UNIVERSITÀ DI TORINO)

(Credits immagine di copertina: https://www.pexels.com/it-it/foto/adulto-agricoltura-albero-ambiente-1482101/).

I Gruppi di Acquisto Solidale, forme di acquisto collettivo nella città metropolitana

Gruppi di cittadini che si organizzano per acquistare collettivamente prodotti di vario genere, in particolare alimentari, adottando il principio di solidarietà come principio guida nella scelta dei prodotti e nei rapporti con i produttori, rappresentano anche nella Torino metropolitana una delle forme più significative dell’economia solidale e delle piccola distribuzione auto-organizzata.

A fronte dell’identificazione di alcuni criteri di consumo condivisi tra cui la promozione dell’acquisto da filiera corta, la scelta di sistemi produttivi a minor impatto ambientale, il desiderio di costruire una relazione diretta con i produttori, la selezione di cibi freschi e di stagione, la ricerca di un prezzo equo sia per i produttori che per i consumatori (Saroldi, 2001) [1], i gruppi di acquisto solidale (GAS) nella Città Metropolitana di Torino si sono poi strutturati in diverso modo.

Gas

Le dimensioni sono variabili, da un gruppo di poche famiglie di amici, vicini, colleghi ad aggregazioni costituite da oltre un centinaio di famiglie. Variano anche le forme costitutive con vari gradi di riconoscimento dall’informale al formale e le modalità di gestione/organizzazione interna sempre e comunque basare sul principio della collaborazione in forma volontaria (Novelli, Corsi, 2016) [2].

Il fenomeno ha iniziato ad affermarsi nella città metropolitana verso la fine degli anni 90, in coerenza con quanto avvenuto nel contesto nazionale, a partire piccoli gruppi che tendenzialmente già condividevano alcuni interessi e provenienti dal mondo dell’associazionismo cattolico, studentesco, sportivo, dai circuiti del commercio equo-solidale, dalle organizzazioni operanti nell’ambito della finanza etica e della cooperazione internazionale (Dansero et al., 2016) [3]. L’ampliamento, così come la selezione dei produttori funziona principalmente tramite il “passaparola”.

L’organizzazione spesso informale dei GAS e il loro tasso rende tuttavia difficile avere una quantificazione puntuale del fenomeno. Incrociando i dati provenienti da un primo censimento di tali attività effettuato nel corso del progetto di ricerca AFNIA [4] e da un lavoro di mappatura condotto dagli studenti di Scienze Gastronomiche [5], i GAS presenti sul territorio sono 121  se si considerano Torino e Provincia.
73 di essi hanno sede a Torino, 21 nei comuni della prima cintura e 12 in quelli della seconda cintura. I GAS rimanenti si concentrano intorno ai centri urbani di Ivrea e Pinerolo e in Val Susa, Pellice e Germanasca.

Spesso i gruppi presenti all’interno di una stessa città o in zone limitrofe si mettono in rete con lo scopo di scambiarsi informazioni sui produttori, fare ordini collettivi come nel caso di prodotti come olio e arance provenienti da regioni italiane più distanti, promuovere iniziative sociali. Nella città di Torino Metropolitana sono attualmente presenti tre coordinamenti: Gas Torino,  SanSalvaGas e la Rete Economia Solidale To-Ovest (RES.TO).


[1] Saroldi A. (2001), Gruppi di acquisto solidali. Guida al consumo locale. Bologna, Edizioni Emi.

[2] Novelli S., Corsi A., (2016), Il valore economico del lavoro volontario nei Gruppi di Acquisto Solidale, Agriregionieuropa, 12, 46
https://agriregionieuropa.univpm.it/it/content/article/31/46/il-valore-economico-del-lavoro-volontario-nei-gruppi-di-acquisto-solidale

[3] Dansero E., Pettenati G., Toldo A. (2016), Si proche et pourtant si loin. Etudier et construire la proximité alimentaire à Turin, in Mundler P. e Rouchier J. (a cura di), Alimentation et proximité: jeux d’acteurs et territoires, Digione, Educagri, pp. 307-322.

[4] Alternative Food Network: an interdisciplinar assessment. Il progetto, realizzato dal 2014 al 2016 ha analizzato gli Alternative Food Network attraverso 4 diverse prospettive disciplinari: economica, ambientale, sociale e territoriale, coinvolgendo il Dipartimento di Economia Cognetti de Martiis, il Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari, Il Dipartimento Culture, Politica e Società dell’Università degli Studi di Torino.

[5] Il lavoro di mappatura dei GAS è stato effettuato all’interno dell’esercitazione del Corso in Systemic Food Design del Prof. Fassio. F., Corso di Laura Magistrale in Promozione e Gestione del Patrimonio Gastronomico e Turistico, Unisg.