Documentario GOLA: cibo, cinema e televisione

Il documentario GOLA mostra come cinema e televisione abbiano raccontato, e in parte inventato, la cultura gastronomica italiana tra il 1954 e il 1990. Lo abbiamo visto martedì 13 ottobre 2026 al Martedì del Cibo n. 20, e la discussione con chi l’ha realizzato ha aggiunto molto a quanto scorre sullo schermo.

GOLA è anche il nome di un progetto di ricerca PRIN PNRR, guidato da Gabriele Rigola (Università di Genova) e, per l’unità di Torino, da Giulia Muggeo. Il titolo completo, Representation of Gastronomic Culture, Nutrition and Food in the Italian Media System, dice già l’ambizione: capire come i media hanno rappresentato il cibo e che cosa hanno fatto alla nostra idea di tavola. Il documentario è l’esito divulgativo di quel lavoro ed è pensato anche per scuole e università.

In sala hanno parlato Giulia Carluccio, docente dell’Università di Torino che ha partecipato alle ricerche, il regista Bruno Ugioli e Gabriele Rigola.

Indice

  1. Documentario GOLA: cinema e televisione, due media con ruoli diversi
  2. Come è stato fatto il documentario GOLA: viaggio, archivi e montaggio
  3. Tradizione: il cibo come racconto
  4. Cosa è rimasto fuori dal documentario GOLA (e perché)
  5. Dove approfondire il documentario GOLA

Documentario GOLA: cinema e televisione, due media con ruoli diversi

Il film mette a fuoco la dialettica che lo regge. Nel Novecento centrale la televisione di servizio pubblico, la cosiddetta paleotelevisione, svolge una funzione pedagogica: intrattiene insegnando e costruisce un’identità, anche quando quell’identità è complessa e problematica. Pensa al Viaggio nella valle del Po di Mario Soldati.

Il cinema fa un altro mestiere. Il neorealismo e il cinema che lo segue costruiscono un’immagine sociale e la usano come denuncia. La commedia all’italiana passa tutto attraverso la lente deformante del comico e fa funzionare l’allegoria. Film come Il sorpasso mostrano il rovescio del boom economico ridendo, e dietro ci sono autori e sceneggiatori, intellettuali di sinistra, di grande finezza.

Il documentario GOLA funziona perché fa vedere come questo doppio ruolo cambia negli anni. Ai materiali d’archivio si aggiungono le voci di storiche e storici, antropologhe e antropologi, semiologhe e semiologi. Insieme restituiscono la complessità di un tema che per natura attraversa più discipline: il cibo non appartiene a una sola.

Torino ha un peso in questa storia di ricerca. L’ateneo è stato tra i primi in Italia a guardare ai media in modo sistematico, con uno sguardo sul popolare, fino ad avviare un insegnamento di storia del cinema popolare che prima non esisteva.

Come è stato fatto il documentario GOLA: viaggio, archivi e montaggio

Il regista Bruno Ugioli è stato coinvolto dopo un suo documentario precedente, uscito nel 2021, sulla storia delle sale cinematografiche di Torino. Ha raccontato di essere partito senza padroneggiare il tema e di essere diventato, strada facendo, il primo spettatore del film. Idee e competenze scientifiche arrivavano dal gruppo di ricerca. A lui toccava trasformarle in immagini.

Il nodo era trovare agganci visivi per un discorso molto astratto. La soluzione è stata il viaggio: il film attraversa l’Italia, anche sulla scia di Soldati, con riprese a Bologna, a Genova e in altre città, e lega le tradizioni culinarie al paesaggio che le ha prodotte.

A fare il resto sono stati gli archivi. In sala sono stati citati gli home movies, film di famiglia anonimi che sono il filo rosso del documentario, un racconto collettivo senza nome. Poi l’archivio del cinema d’impresa di Ivrea, con le immagini della mensa operaia, le pubblicità (compresa quella della carne congelata), i materiali Rai usati su personaggi chiave come Soldati e le riprese delle Feste dell’Unità e degli Autogrill. Alcune sono state messe a confronto con le immagini di oggi, e l’epoca ne esce più affascinante del presente.

Il montaggio ha deciso il resto. Esisteva una scaletta, ma il film ha trovato la sua forma tagliando, come accade spesso nei documentari. Hanno pesato anche i diritti: le immagini di film e telegiornali si gestiscono con regole molto restrittive, e senza un budget adeguato alcuni film della commedia all’italiana non si potevano mostrare.

Un dettaglio del finale merita attenzione. Nelle ultime scene le scritte perdono la qualifica professionale di chi parla. Studiose, studiosi, chef e intervistate e intervistati diventano persone che raccontano il proprio cibo della memoria. Una scelta che rende il discorso più amichevole e fonde l’aspetto biografico con quello collettivo.

Tradizione: il cibo come racconto

Dal pubblico è arrivata la domanda sull’invenzione della tradizione. La risposta è stata che la nozione è ormai un po’ datata, ma resta utile in aula perché mostra come funziona il racconto gastronomico. Una tradizione esiste, se la intendi come l’insieme dei piatti legati alla storia di un luogo. Il problema nasce quando qualcuno stabilisce come devono essere fatti quei piatti.

La carbonara, citata in sala, lo mostra bene. Se confronti le ricette di epoche diverse vedi un testo che si riscrive di continuo, con strati che si sovrappongono. La semiologa Simona Stano, che compare nel film, parla di una traduzione incessante dei testi legati al cibo.

E ancora, la rucola, quando in Piemonte era quasi introvabile e si mangiava a Roma e nel Centro Italia, aveva una desiderabilità che poi ha perso, quando è finita in ogni insalata. Lo stesso è successo con penne, panna e salmone, e con le porzioni minuscole della nouvelle cuisine. I menu della Cucina Italiana degli anni Cinquanta e Sessanta, ha aggiunto, erano pesantissimi.

Il regista ha offerto un’osservazione da chi attraversa le Langhe per lavoro. La narrazione sul vino si è fatta via via più sofisticata, e oggi il piatto più elitario è spesso un piatto della tradizione. È il passaggio dal popolare al raffinato, in tempi che il marketing domina.

Cosa è rimasto fuori dal documentario GOLA (e perché)

Il pubblico ha chiesto di più, e le risposte dicono molto del metodo. Sono emerse tre assenze.

La prima riguarda i ruoli di genere. Una domanda ha notato che a un certo punto entra con forza la figura della donna e il film si ferma. Il regista ha spiegato che un segmento sul tema, la donna come cuoca di casa e l’uomo come cuoco di ristorante, è rimasto a lungo nel montaggio ed è stato tolto per tempo, ritmo e mancanza di immagini. Il galateo, che Giulia Muggeo ha studiato a fondo, resta nel film come strumento che regola e educa, soprattutto le donne.

La seconda è la produzione. Una persona del pubblico ha ricordato l’aspetto agrotecnico, cioè quello che sta a monte del piatto. La risposta: la televisione racconta tardi la fase produttiva, e il progetto aveva una cronologia precisa.

La terza è la politica del cibo. Dal pubblico sono arrivati Slow Food, la politica agricola comune, lo scandalo del vino al metanolo e, fino a oggi, il Ministero della sovranità alimentare. I media li raccontano poco, hanno risposto, e servirebbero altre competenze sociologiche e politiche. Nicola Perullo, oggi rettore dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, è stato intervistato su questi temi, ma il suo contributo era difficile da far dialogare con il resto.

Il documentario non chiude il discorso, lo apre. Dietro c’è un progetto universitario con sette convegni e un libro in preparazione, e il regista lo considera adatto a serate come questa, dove si lanciano molti spunti per avviare un dibattito.

Dove approfondire il documentario GOLA

Per capire da dove nasce il film puoi leggere la scheda del progetto GOLA sul portale dell’Università di Torino, che indica obiettivi, periodo analizzato e partner. Il programma del convegno «che fai, mangi?», tenuto a Torino il 19 e 20 febbraio 2025, mostra invece quanto sia ampio il lavoro che sta dietro.

Il Martedì del Cibo è l’appuntamento con cui l’Atlante del Cibo di Torino Metropolitana porta la ricerca fuori dall’università e la mette in conversazione con chi ascolta. Se la serata ti ha incuriosito, seguici su Instagram con @atlantedelcibo_to e vieni al prossimo incontro: le domande migliori, come questa volta, arrivano dalla sala.

Agricoltura di montagna oltre la crescita: il dibattito a MontagneOltre

Domenica 4 ottobre, nell’ultima giornata di MontagneOltre, il festival organizzato a Ronco Canavese dalla Comunità Sassifraga, si è tenuto il dibattito OltreLaCrescita. La tavola rotonda, co-promossa dal Movimento per la Decrescita Felice, dal gruppo di ricerca dell’Atlante del Cibo di Torino Metropolitana e dal Collettivo Numega, si chiedeva: come cambiano i sistemi del cibo se l’agricoltura di montagna guarda oltre la crescita?

Hanno partecipato Karl Krähmer, co-presidente di MDF, che ha moderato; Giacomo Pettenati, geografo dell’Università del Piemonte Orientale; Lorenzo Barra della CSA Cresco di Melle.

Tre crisi che si intrecciano

Krähmer ha indicato tre nodi. La crisi economica e agricola della montagna, che affonda le radici nell’Ottocento e nell’industrializzazione. La crisi ecologica globale, a cui i sistemi agroalimentari contribuiscono con circa un terzo delle emissioni di gas serra, in parte per la produzione animale, che però in quota resta fondamentale. Infine la vulnerabilità della montagna agli effetti del clima, come la siccità degli ultimi anni.

Un territorio che non serviva alla crescita

Dagli interventi è emerso che un’economia orientata alla crescita ha concentrato le attività in pochi luoghi, e che la montagna non svolgeva funzioni essenziali. L’agricoltura che produce per i mercati esterni, come latte e cereali, è scomparsa o marginale, salvo dove esistono filiere molto forti. Con l’abbandono è tornato il bosco: in Italia le foreste coprono circa il 37% del territorio, espandendosi sui terreni lasciati liberi dall’agricoltura, con benefici ecologici non sempre scontati. L’abbandono, però, non è stato totale: sono rimaste comunità e sono arrivati nuovi abitanti, con relazioni ed economie diverse.

Valore riconosciuto, reddito no

Pettenati ha osservato che consumatori e consumatrici riconoscono sempre più il valore di un prodotto legato al territorio, ma produrre in montagna costa di più e quel riconoscimento non sempre diventa reddito. Servono quindi politiche pubbliche di sostegno, come quelle europee e svizzere citate nel dibattito, e cautela con le etichette di “prodotto tipico” usate solo per vendere meglio.

In montagna sopravvivono anche forme di gestione collettiva delle risorse, riconosciute dalla legge 168/2017 sui domini collettivi, e c’è chi prova a crearne di nuove, come il collettivo Montagna Libertaria.

La CSA, un patto con chi coltiva

Barra ha spiegato come funziona la CSA, la comunità che supporta l’agricoltura. Non c’è compravendita: chi mangia diventa socio o socia e condivide il rischio con chi produce. A inizio anno un’assemblea presenta il bilancio dell’azienda e i soci e le socie ne coprono insieme i costi, con una parte versata a marzo per sementi e piante. Così si riducono gli sprechi in campo. La quota è modulabile: chi può dà di più, chi non può dà meno, perché l’accesso al cibo non dipenda dal reddito.

Chi può permettersi il cibo locale?

Dal confronto è arrivata una domanda concreta: quante persone hanno tempo e denaro per cercare il prodotto locale? Nelle risposte ha pesato la cultura: siamo abituati a un cibo economico che non include il lavoro necessario a produrlo. L’accesso, poi, si costruisce con tempo e relazioni.

Atlante del Cibo a Terra Madre 2026

Dialoghi di policy

Atlante del Cibo ha seguito da vicino Terra Madre Salone del Gusto 2026, presente a quattordici appuntamenti sulle politiche alimentari tra giovedì 24 e sabato 26 settembre, con la partecipazione di Riccardo Bruno, Veronica Allegretti, Beatrice Ferlaino ed Egidio Dansero. Diverse sessioni hanno messo a confronto amministrazioni comunali, ministeri e reti internazionali sulle politiche alimentari delle città: da CLEVERFOOD, dedicato ai dialoghi di policy in sette Paesi europei, fino a Territori che trasformano e passando con La via italiana alle food policy, un doppio appuntamento sull’evoluzione della governance del cibo nelle città italiane.

Filiere e cooperazione internazionale

Il tema della filiera corta è tornato al centro con Dalla terra alla città, dedicato ai mercati contadini come infrastrutture pubbliche, e con Piattaforma mediterranea, il workshop che ha messo in rete sindaci e territori del Mediterraneo attorno ai sistemi locali del cibo. Sul fronte della cooperazione internazionale, il progetto RACINeS ha raccontato il lavoro con sette comuni senegalesi, prima nell’incontro dedicato alla governance del cibo e poi nello showcooking Dal campo al piatto, tra miglio, patata dolce e moringa; mentre il progetto Akli Baladi ha portato la cooperazione decentrata tra città italiane e palestinesi, con il panel Akli Baladi: il cibo come ponte tra culture alimentari del Mediterraneo e lo showcooking Olio, dattero, miele raccontano la Palestina — lo stesso progetto alla base della moderazione di Riccardo Bruno al panel Dalla terra alla città.

Lavoro e diritto al cibo

Le professioni del cibo e Cibo, impresa e lavoro hanno raccontato formazione, corridoi lavorativi e imprese sociali nel settore alimentare, tra startup, inserimento lavorativo e progetti di economia carceraria. A chiudere il filo delle politiche sociali, Good Food for All ha presentato l’Iniziativa dei Cittadini Europei per il diritto al cibo, mentre Dal diritto al cibo adeguato al welfare di comunità ha guardato alle reti territoriali contro la povertà alimentare.

Sovescio Fest: una giornata tra suolo, salute e politiche del cibo, con la ricerca UniTo sul palco

Il nome scelto per il festival non è casuale: il sovescio è la pratica agronomica che arricchisce la terra interrando colture di copertura invece di raccoglierle, un gesto che antepone la cura del suolo al raccolto immediato. È la stessa logica che attraversa l’intera giornata dell’evento, che si apre all’alba con un trekking nell’Oasi LIPU e si chiude a tarda sera con musica dal vivo.

La mattina ha alternato corpo e conoscenza: agroyoga all’aperto, una breathwalk meditativa guidata da Seva Kaur, e due appuntamenti che uniscono ricerca e pratica agricola — “Suolo Vivo” con Pietro Autorino, e “Sulle tracce degli impollinatori”, laboratorio di Scienza Radicata con Sebastiano Favarin, Maria Rosaria Tucci e Giovanni Cocco.

Nel primo pomeriggio il festival si è fatto più esplicitamente politico con “Bioindigestione – Salute e ingiustizia ambientale”, panel che ha messo a confronto Gianmauro Barchiesi, presidente del Comitato Ambiente Futuro, e Maria Teresa Cipollone, vicepresidente del Comitato Valle Galeria Libera. Il tema non è astratto: la Valle Galeria, segnata dalla storica discarica di Malagrotta, è un caso concreto di cosa significhi ingiustizia ambientale in un territorio agricolo. Segue il dialogo “Relazione Agricoltura-Salute”, con IppocrateOrg, La Gallina Selvatica ed Earth Day Italia, che prova a ricucire il legame tra ciò che coltiviamo e ciò che curiamo nel corpo.

Dopo laboratori pratici come il compostaggio domestico (Comitato Malagrotta) e il “Parlamento multispecie” del Climate Pride — un esercizio che prova a includere nella rappresentanza politica anche soggetti non umani — è arrivato il momento più denso della giornata dal punto di vista della ricerca: il panel “PROSPETTIVE: Politiche territoriali del cibo e decrescita”.

A prendere la parola è stato Karl Krähmer, ricercatore dell’Università di Torino e del nostro progetto Atlante del Cibo, che lavora sulle politiche locali del cibo lette attraverso la lente della decrescita: un campo di studi che parte da una constatazione scomoda, cioè che la crisi ecologica in corso non riguarda solo le emissioni o la biodiversità, ma il modello di crescita economica su cui si fondano gran parte delle politiche alimentari contemporanee. Applicare questa lente al cibo significa chiedersi non solo cosa mangiamo, ma come è organizzato — su quale scala, con quale distribuzione del potere — il sistema che porta il cibo nei nostri piatti.

Al suo fianco, Davide Marino dell’Università degli Studi del Molise e Fiamma Ferzetti della cooperativa Coraggio, realtà che nel territorio traduce concretamente pratiche di economia rigenerativa. Moderatrice è stata Emma Marzi del collettivo Numega.

Il valore di questo confronto per chi segue le politiche del cibo dal punto di vista della ricerca applicata — lo sguardo che anima anche l’Atlante del Cibo — sta nell’incontro tra due piani che raramente dialogano: l’accademia, con la sua capacità di leggere in modo sistemico le dinamiche di governance alimentare, e le pratiche territoriali che nella Valle Galeria affrontano ogni giorno le conseguenze di decenni di scelte industriali non sempre lungimiranti.

La giornata si è chiusa con “Eco-timbri e stampe” di ASFOrmers, la cena a La Locanda dei Girasoli e due momenti musicali — “Ci eri tre sorelle” di Voci Arkaike e “Musica migrante” dell’Orchestra Mütante Mysticanza — mentre restano visitabili per tutto il giorno le mostre fotografiche su Palestina, Libano e specie in via d’estinzione, oltre allo spazio Dono e alla raccolta fondi SOS Gaza. Una giornata che dimostra come la teoria della decrescita, portata sul palco da chi la studia a UniTo, possa intrecciarsi con musica, cibo condiviso e attivismo territoriale.

Il Rapporto V/2026 dell’Atlante del Cibo sul sistema alimentare della città metropolitana di Torino

Quanto sappiamo davvero di come mangia Torino, di dove arriva il suo cibo e di chi decide le politiche alimentari della città? A queste domande prova a rispondere il Rapporto V/2026 dell’Atlante del Cibo di Torino Metropolitana, l’ultimo capitolo di una collana di ricerca che da anni monitora il sistema del cibo torinese.

Cos’è il Rapporto V/2026 dell’Atlante del Cibo

Il rapporto è curato da Karl Krähmer (Università di Torino), con la supervisione scientifica di Egidio Dansero e i contributi di Giuseppina Bifulco, Veronica Allegretti, Luca Battisti e Federico Cuomo, tutti afferenti al Food Studies Lab dell’Università di Torino. È la quinta uscita della Collana Atlante del Cibo, pubblicata nel 2026 e liberamente scaricabile, in una versione italiana tradotta e rivista del report inglese “Food System Analysis City of Turin”. Il lavoro nasce nell’ambito dei progetti AfriFOODlinks e PNRR-Agritech.

Un approccio multiscalare: oltre i confini comunali

Uno dei tratti distintivi del rapporto è la scelta di non fermarsi ai confini amministrativi del Comune. Torino, con quasi un milione di abitanti e quarta città italiana per popolazione, non ospita al suo interno un’agricoltura significativa: per questo l’analisi guarda anche alla scala più ampia della Città Metropolitana, dove si concentra una produzione agricola diversificata e rilevante. È questo doppio livello di osservazione — comunale e metropolitano — a rendere il rapporto una fotografia più completa del sistema alimentare.

I punti di forza del sistema alimentare torinese

Tra gli elementi positivi che emergono dall’analisi SWOT del rapporto:

  • un sistema agricolo forte e diversificato nell’area metropolitana;
  • un numero elevato di prodotti tipici legati a territori e tecniche specifiche;
  • un’agricoltura urbana che, pur marginale sul piano produttivo, offre servizi ecosistemici e funzioni sociali ed educative importanti;
  • una cultura consolidata dei mercati rionali e all’aperto, di cui il mercato di Porta Palazzo è l’espressione più emblematica;
  • un settore del cibo economicamente rilevante, in cui il caffè — prodotto di importazione — è diventato identitario della città.

Le fragilità: diversità agricola a rischio e mercati cittadini indeboliti dalle scelte di consumo

Accanto ai punti di forza, il rapporto individua criticità strutturali: la diversità agricola dell’area è minacciata da una doppia dinamica di abbandono nelle zone alpine e intensificazione nelle pianure, con conseguente riduzione delle superfici coltivate e concentrazione della proprietà. L’agricoltura biologica resta sotto la media nazionale, l’accesso a terreni per l’orticoltura urbana è limitato, e la crescita di supermercati e centri commerciali ha progressivamente indebolito i mercati cittadini come canale distributivo principale.

Cibo e salute: cosa dicono i dati

Il capitolo dedicato alla salute mostra un quadro in cui la sottonutrizione è un fenomeno marginale (circa il 2% della popolazione italiana), mentre pesano di più altre forme di malnutrizione: consumo insufficiente di verdura, legumi, frutta secca e cereali integrali, a fronte di un consumo eccessivo di carne rossa. Nel 2023 in Italia il 33% della popolazione risultava in sovrappeso e il 10% obesa (in Piemonte rispettivamente 29% e 9%), valori sostanzialmente stabili dal 2008. Sul fronte infantile, l’Italia è il quarto Paese europeo per obesità tra i bambini. Il rapporto segnala inoltre che il consumo di carne in Italia è pari a undici volte le raccomandazioni della Commissione EAT-Lancet per una dieta sana e sostenibile, pur distinguendo tra allevamento intensivo e il sistema dei pascoli alpini, più sostenibile e legato a circa un terzo dei capi bovini piemontesi.

Le sfide ambientali e climatiche

La crisi climatica è identificata come una delle minacce principali per il sistema alimentare torinese: l’aumento delle temperature, la siccità prolungata e gli eventi di precipitazione estrema mettono a rischio sia la sicurezza alimentare sia la qualità dei prodotti tipici locali. Gli stessi rischi si estendono a beni importati come il grano e il caffè, cruciali per l’economia alimentare cittadina, mentre nuove tensioni sul commercio internazionale rappresentano un ulteriore fattore di instabilità per le filiere.

Verso politiche alimentari più integrate

Torino ha aderito fin dal 2015 al Milan Urban Food Policy Pact e ha inserito il diritto al cibo nel proprio statuto comunale. Negli anni si sono sviluppate strutture e processi come lo stesso Atlante del Cibo di Torino, il GIPA (Gruppo Interdipartimentale per le Politiche Alimentari) e la rete PunTO al Cibo. Restano però difficoltà nel tradurre questa base di conoscenza in politiche realmente integrate: un limite legato, anche, alla debole organizzazione del settore privato attorno a questi processi. Alla scala metropolitana, iniziative come i distretti del cibo mostrano potenzialità ancora poco sviluppate rispetto a quanto avviene a livello comunale.

Conclusioni: una domanda ancora aperta

Il rapporto si chiude con una domanda aperta: la molteplicità di percorsi e attori attivati negli ultimi dieci anni a Torino riuscirà a produrre politiche capaci di sostenere insieme l’economia locale, la qualità e diversità dell’offerta alimentare e la sostenibilità ecologica del sistema del cibo? Per gli autori, potrebbe essere il momento di fare “un salto di scala”, mettendo a frutto un decennio di conoscenza accumulata.

Il Rapporto V/2026 dell’Atlante del Cibo di Torino Metropolitana è disponibile gratuitamente

Webinar “Dialoghi dalla terra: Politiche locali del cibo in Argentina e in Italia”

Nell’ambito della collaborazione tra FLACSO Argentina, l’Unión de Trabajadores y Trabajadoras de la Tierra de Argentina e l’Università di Torino, Italia, vi invitiamo a partecipare al webinar “Dialoghi dalla terra: Politiche locali del cibo in Argentina e in Italia” che si terrà mercoledì 16 settembre alle ore 18.00 (ora italiana).

L’incontro intende aprire uno spazio di riflessione collettiva e di pensiero critico sulle sfide che le politiche alimentari a livello locale affrontano oggi in diversi contesti globali, approfondendo gli approcci accademici al loro studio e il ruolo delle organizzazioni della società civile nei due Paesi.

La proposta mira a favorire un dialogo plurale capace di mettere in relazione le voci e i contributi del mondo accademico e dei movimenti sociali, con l’obiettivo di riflettere insieme su alternative che consentano di avanzare verso modelli di sviluppo più inclusivi, sostenibili e sovrani.

Relatori e relatrici

  • Egidio Dansero (Università di Torino, Italia)
  • Agustina Gradin (FLACSO, Argentina)
  • Diego Montón (Movimiento Nacional Campesino Indígena – Somos Tierra, Argentina)
  • Francesca Gori (Rete Semi Rurali, Italia)

Partecipazione è libera e gratuita.

Per registrarsi, si prega di compilare il seguente modulo: https://forms.gle/W64XyUD9uFpBvugM6

Biodiversità agricola del Piemonte: la Festa a Pollenzo il 23 maggio

Il 23 maggio il campus dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo ospita la quinta edizione della Festa per la Giornata Nazionale della Biodiversità Agricola del Piemonte. In programma un convegno con allevatori, agricoltori e ricercatori, la Fierucola dei produttori con Presìdi Slow Food e realtà agroecologiche, laboratori per bambini e adulti e un pranzo degustazione dedicato ai prodotti della biodiversità piemontese. Ingresso gratuito, prenotazione obbligatoria per convegno e pranzo.

L’iniziativa è promossa da UNISG in collaborazione con l’Università di Torino, nei dipartimenti DISAFA e Culture, Politica e Società e il Club Amici della Valchiusella, nell’ambito del progetto Germonte 7 finanziato dalla Regione Piemonte e dal Ministero delle politiche agricole.

In calendario anche il 16 maggio a Traversella, in Valchiusella, con El Sabat d’le Erbe: passeggiata tra erbe spontanee, pranzo diffuso nel paese, attività per bambini e presentazione della Comunità del Cibo locale.

Agricoltura e orticoltura urbana: esperienze e prospettive nel XIX Martedì del Cibo

Il XIX appuntamento del “Martedì del Cibo”, dedicato ai temi di agricoltura e orticoltura urbana, si è svolto martedì 10 marzo presso l’Accademia dell’Agricoltura a Torino. 

L’evento, introdotto da Marco Devecchi, presidente dell’Accademia, e organizzato da Riccardo Saraco della Città di Torino, e da Luca Battisti dell’Università di Torino, aveva l’obiettivo principale di esplorare le potenzialità dell’orticoltura urbana, i modelli organizzativi e sociali secondo cui essa si articola, le sfide e le prospettive future di questa pratica, sempre più rilevante nei contesti cittadini.

Dopo i saluti istituzionali da parte dell’assessora comunale Chiara Foglietta, cinque interventi hanno presentato esempi di buone pratiche e progetti di orti urbani all’interno del contesto torinese e non solo, con interessanti contributi provenienti da altre città europee.

Ad aprire il tavolo di dibattito è stata la partecipazione di Geovana Mercado, ospite dalla Swedish University of Agricultural Sciences, la quale, introducendo i tre diversi modelli di Torino, Malmo e Barcellona, ha sviluppato una breve analisi attorno all’idea di agricoltura urbana come Nature-based Solution che non si limita alla sola produzione di cibo, ma estende alla valorizzazione e tutela di biodiversità e integrazione comunitaria. 

Il secondo contributo è invece arrivato da Enrico Corgnati, di OrMe (Orti Metropolitani), ente che opera a Torino e si occupa di agricoltura urbana sociale, orti associativi e orti scolastici. 

A seguire, Federica Larcher e Giorgio Prette hanno raccontato l’esperienza di “Cascina Falchera”, esempio virtuoso di agricoltura periurbana alle porte di Torino. In questo senso, Cascina Falchera nasce con l’idea di diventare un modello replicabile di agricoltura comunitaria, che si è evoluto negli anni in un vero e proprio polo socio-educativo, veicolando pratiche sostenibili per la salvaguardia dei terreni agricoli dalla crescita urbana. 

Gli ultimi due interventi sono stati presentati da Giuseppe Deplano di Rete ONG e AgroBarriera, e Francesco Marengo per “l’orto della SME” (dipartimento di economia e management dell’Università di Torino).
Il primo ha offerto diversi esempi di buone pratiche a Torino, a partire dal “Boschetto”, che trasforma in orti urbani spazi della città precedentemente abbandonati, fino al Progetto “Bum! Bosco urbano Multifunzionale”, che si propone di connettere orti urbani già esistenti alla riqualificazione del verde pubblico circostante ad essi. Tutti questi progetti rientrano all’interno dell’idea cardine di sviluppare un’ educazione alla cittadinanza globale e allo sviluppo sostenibile, costruendo un nesso tra dinamiche sociali e ambientali e trasformando gli orti urbani in veri e propri luoghi educativi. 

Francesco Marengo per “l’orto della SME”, si è invece inserito nel dibattito descrivendo un esempio virtuoso di rigenerazione di uno spazio male utilizzato nelle vicinanze del dipartimento di economia, seguendo un approccio che ha valorizzato una gestione partecipata per la costruzione di un nuovo luogo inclusivo per la comunità studentesca e non solo. 

L’incontro ha rappresentato un momento di dialogo tra ricerca, istituzioni e realtà operative attive sul territorio, con l’obiettivo di rafforzare reti, strumenti di governance e visioni condivise per lo sviluppo dell’agricoltura urbana nell’area metropolitana torinese.

XIX Martedì del Cibo | Agricoltura e orticoltura urbana a Torino

Martedì 10 marzo, dalle ore 16.30 alle 19.00, presso Palazzo Corbetta Bellini di Lessolo (Via Andrea Doria 10, Torino), si terrà il XIX “Martedì del Cibo”, dedicato al tema Agricoltura e orticoltura urbana.

L’iniziativa, promossa nell’ambito dell’Atlante del Cibo di Torino Metropolitana, intende aprire uno spazio di confronto sulle potenzialità e sulle sfide dell’agricoltura urbana, con particolare attenzione all’orticoltura urbana come pratica diffusa e strategica nel contesto metropolitano.

L’incontro si propone di indagare le pratiche gestionali e relazionali che caratterizzano gli orti urbani, approfondendo il caso della città di Torino. Accanto al focus locale, verranno presentati anche casi studio europei, con esperienze provenienti dalla Svezia e dalla Spagna, utili a mettere in prospettiva il contesto torinese e ad arricchire il dibattito con modelli e approcci differenti.

Dopo il welcome coffee (ore 16.30), i lavori si apriranno alle 17.00 con i saluti di Marco Devecchi, Presidente dell’Accademia di Agricoltura di Torino, e di Chiara Foglietta, in rappresentanza della Città di Torino.

Seguiranno gli interventi di Geovana Mercado (SLU), Enrico Corgnati (OrMe), Giorgio Prette (Liberitutti scs – Cascina Falchera), Federica Larcher (Università di Torino), Giuseppe Deplano (RETE ONG ETS – programma AgroBarriera) e Francesco Marengo (Università di Torino).

L’incontro rappresenta un momento di dialogo tra ricerca, istituzioni e realtà operative attive sul territorio, con l’obiettivo di rafforzare reti, strumenti di governance e visioni condivise per lo sviluppo dell’agricoltura urbana nell’area metropolitana torinese.

Organizzazione: Luca Battisti (Università di Torino) e Riccardo Saraco (Città di Torino).
Moderazione: Luca Battisti.

Incontro con gli amministratori locali in Valchiusella nel progetto GERMONTE 7

Nella serata del 9 febbraio, presso l’ex municipio di Trausella, si è tenuto l’incontro con gli amministratori locali, una delle tappe del progetto GERMONTE 7 alla presenza dell’Università di Torino con i dipartimenti DISAFA e CPS e dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, nonchè della Regione Piemonte.

Questo progetto è un’iniziativa del MASAF, attuata dalla Regione Piemonte nell’ambito della L. 194/2015 sulla tutela e valorizzazione della biodiversità agricola e alimentare. L’obiettivo è tutelare la biodiversità agricola nazionale — razze animali autoctone e varietà vegetali tradizionali — sostenendo agricoltori e allevatori custodi, valorizzare i territori attraverso il rafforzamento delle filiere locali e il recupero delle conoscenze tradizionali, creare e rafforzare reti locali come le Comunità del Cibo e della Biodiversità, e promuovere attività di divulgazione e sensibilizzazione.

Dopo la presentazione del progetto, ad opera de prof. Lombardi del Dipartimento DISAFA, il momento è proseguito attraverso la presentazione della prima rassegna, attraverso il lavoro della tirocinante Paola, attorno alle Comunità del Cibo in Italia, in un percorso che in base al contesto territoriale d’azione ha delle sue peculiarità. A seguire, grazie alla nostra ricercatrice Veronica Allegretti, si è provveduto ad eseguire un Mentimiter che ha portato alla luce come si potesse immaginare un futuro della Valchiusella capace di evitare lo spopolamento e rafforzare la coesione sociale, integrando i nuovi abitanti. La risposta passa dalla valorizzazione delle risorse locali e dalla creazione di una comunità del cibo fondata su cooperazione, formazione e comunicazione. Il cibo è visto non solo come valore economico, ma anche come sapere condiviso e strumento di relazione. In questo contesto, cittadine e cittadini, produttori e istituzioni possono essere chiamati a collaborare per rafforzare autonomia alimentare, servizi e legami tra montagna e città.