Sovescio Fest: una giornata tra suolo, salute e politiche del cibo, con la ricerca UniTo sul palco

Il nome scelto per il festival non è casuale: il sovescio è la pratica agronomica che arricchisce la terra interrando colture di copertura invece di raccoglierle, un gesto che antepone la cura del suolo al raccolto immediato. È la stessa logica che attraversa l’intera giornata dell’evento, che si apre all’alba con un trekking nell’Oasi LIPU e si chiude a tarda sera con musica dal vivo.

La mattina ha alternato corpo e conoscenza: agroyoga all’aperto, una breathwalk meditativa guidata da Seva Kaur, e due appuntamenti che uniscono ricerca e pratica agricola — “Suolo Vivo” con Pietro Autorino, e “Sulle tracce degli impollinatori”, laboratorio di Scienza Radicata con Sebastiano Favarin, Maria Rosaria Tucci e Giovanni Cocco.

Nel primo pomeriggio il festival si è fatto più esplicitamente politico con “Bioindigestione – Salute e ingiustizia ambientale”, panel che ha messo a confronto Gianmauro Barchiesi, presidente del Comitato Ambiente Futuro, e Maria Teresa Cipollone, vicepresidente del Comitato Valle Galeria Libera. Il tema non è astratto: la Valle Galeria, segnata dalla storica discarica di Malagrotta, è un caso concreto di cosa significhi ingiustizia ambientale in un territorio agricolo. Segue il dialogo “Relazione Agricoltura-Salute”, con IppocrateOrg, La Gallina Selvatica ed Earth Day Italia, che prova a ricucire il legame tra ciò che coltiviamo e ciò che curiamo nel corpo.

Dopo laboratori pratici come il compostaggio domestico (Comitato Malagrotta) e il “Parlamento multispecie” del Climate Pride — un esercizio che prova a includere nella rappresentanza politica anche soggetti non umani — è arrivato il momento più denso della giornata dal punto di vista della ricerca: il panel “PROSPETTIVE: Politiche territoriali del cibo e decrescita”.

A prendere la parola è stato Karl Krähmer, ricercatore dell’Università di Torino e del nostro progetto Atlante del Cibo, che lavora sulle politiche locali del cibo lette attraverso la lente della decrescita: un campo di studi che parte da una constatazione scomoda, cioè che la crisi ecologica in corso non riguarda solo le emissioni o la biodiversità, ma il modello di crescita economica su cui si fondano gran parte delle politiche alimentari contemporanee. Applicare questa lente al cibo significa chiedersi non solo cosa mangiamo, ma come è organizzato — su quale scala, con quale distribuzione del potere — il sistema che porta il cibo nei nostri piatti.

Al suo fianco, Davide Marino dell’Università degli Studi del Molise e Fiamma Ferzetti della cooperativa Coraggio, realtà che nel territorio traduce concretamente pratiche di economia rigenerativa. Moderatrice è stata Emma Marzi del collettivo Numega.

Il valore di questo confronto per chi segue le politiche del cibo dal punto di vista della ricerca applicata — lo sguardo che anima anche l’Atlante del Cibo — sta nell’incontro tra due piani che raramente dialogano: l’accademia, con la sua capacità di leggere in modo sistemico le dinamiche di governance alimentare, e le pratiche territoriali che nella Valle Galeria affrontano ogni giorno le conseguenze di decenni di scelte industriali non sempre lungimiranti.

La giornata si è chiusa con “Eco-timbri e stampe” di ASFOrmers, la cena a La Locanda dei Girasoli e due momenti musicali — “Ci eri tre sorelle” di Voci Arkaike e “Musica migrante” dell’Orchestra Mütante Mysticanza — mentre restano visitabili per tutto il giorno le mostre fotografiche su Palestina, Libano e specie in via d’estinzione, oltre allo spazio Dono e alla raccolta fondi SOS Gaza. Una giornata che dimostra come la teoria della decrescita, portata sul palco da chi la studia a UniTo, possa intrecciarsi con musica, cibo condiviso e attivismo territoriale.